Amore o Sottomissione?

Annarita Arso Psicologa Brindisi

Qualche volta, come scriveva Roland Jaccard nel “Dizionario del perfetto cinico”, il confine tra Adattamento e Sottomissione è davvero labile. Per quanto la capacità di adattamento di un individuo all’ambiente circostante non abbia nulla a che vedere con l’atteggiamento remissivo di chi subisce un’ingiustizia senza reagire, si sottomette passivamente alla volontà altrui o inibisce i propri bisogni per evitare potenziali conflitti nelle relazioni interpersonali, qualche volta la linea di demarcazione diviene davvero molto sottile. Colui che si mostra sempre compiacente e remissivo non si “adatta” all’ambiente, ma si “sottomette” ad esso, plasmando le proprie esigenze sulle aspettative altrui ed aumentando le probabilità di sviluppare qualche sintomatologia di tipo ansioso/depressivo. La capacità di adattarsi alla realtà esterna implica infatti la possibilità di cercare e trovare l’equilibrio di volta in volta perduto (anche e soprattutto nelle relazioni interpersonali), gestendo le difficoltà contingenti, mediando tra i propri e gli altrui bisogni e, all’occorrenza, lasciandosi alle spalle quelle situazioni cronicamente compromesse che richiedono solo un’inutile spreco di tempo e di energia.

Annullarsi per amore

Ci sono relazioni sentimentali che trovano la loro linfa vitale solo in uno dei due partner: colui che ascolta oltre le parole, investe se stesso senza riserve, interpreta i silenzi dell’altro e relega i propri bisogni in un angolo. Rapporti così sbilanciati, dove uno dei due corre e l’altro procede a stento, vivono costantemente sul ciglio di un burrone, destinati a scivolare giù quando colui che corre per due, decide di prendersi una pausa per rinfrancarsi dalla stanchezza.
Quando nelle relazioni affettive, si relegano provvisoriamente su un piano secondario i propri bisogni per accogliere quelli altrui, si evita il conflitto per non ingenerare malumori, si acconsente alla volontà altrui per evitare dissapori inutili, non si fa altro che dare il proprio sano contributo alla salute del rapporto. Quando tali comportamenti invece, assumono carattere di sistematicità e non riscontrano la stessa reciprocità che ci si aspetterebbe da parte dell’altro, perdono la loro natura intrinseca e divengono elemento disfunzionale (tanto per se stessi, quanto per la relazione) al pari degli atteggiamenti fondati sull’indifferenza, sulla pretesa o sull’opportunismo dell’altro. Pensare che, solo perché l’altro ha scelto di fare il viaggio insieme a noi, lungo il cammino a due tutto tutto gli può essere concesso, non solo è molto pericoloso per il futuro stesso della relazione ma è indice di bassa autostima, di sfiducia nelle proprie capacità e di una forte immaturità affettiva. L’amore sano prevede dei limiti, dei confini saldi, delle regole condivise, delle aspettative realistiche; impone reciprocità e impegno; chiede responsabilità e accudimento. E, soprattutto, non permette mai all’altro di calpestare la propria dignità.

L’amore malato e le relazioni imperfette

Una coppia diventa tale quando due soggetti sviluppano un senso di appartenenza reciproco: è questo il vissuto che consente la costruzione del Senso del Noi. Affinché una relazione non scivoli su terreni minati e assuma connotazioni disfunzionali è però indispensabile preservare il personale Senso d’Identità. Chi si annulla per l’altro, chi rincorre, chi si sottomette, chi accumula sensi di colpa e colleziona promesse disattese, mortifica se stesso, svilisce il proprio sentimento amoroso e mina alla base qualunque evoluzione positiva del rapporto. Non bisognerebbe mai chiedere di restare a chi non vuole “Esserci“: l’Amore sano richiede che le due anime si muovano all’unisono poiché solo così i corpi che le rivestono possono creare una comune coreografia. Perché l’amore non andrebbe mai dato per scontato: necessita di attenzione costante, intenti condivisi e accudimento emotivo. Il sentimento amoroso dovrebbe sempre affondare le sue radici in una progettualità comune e rifuggire la mediocrità affettiva. 
Chi invece tende ad aggrapparsi al proprio partner come se non potesse vivere senza di lui anche quando si sente respinto
(e in alcuni casi si percepisce in trappola quando l’altro è emotivamente vicino), con tutta probabilità non è stato educato, nelle relazioni precoci con le figure di attaccamento, a familiarizzare con le proprie emozioni e a tollerare la frustrazione. Queste persone, in molti casi hanno sperimentato figure affettive rifiutanti, ostili, riluttanti al contatto fisico, poco responsive oppure ambivalenti. Esperienze precoci di questa natura, crescendo, spesso li hanno “obbligati” a sviluppare strategie difensive rigide e poco funzionali, fondate sul costante bisogno degli altri per soddisfare i propri bisogni affettivi (e, qualche volta sull’incapacità di tollerarne un’eccessiva vicinanza emotiva). Spesso hanno un’irrealistica paura di essere abbandonati, che li spinge inconsapevolmente ad agire in modo da boicottare la riuscita della relazione stessa, rendendo realistico e concreto il rifiuto da parte dell’altro. In altri casi, sono portati a scegliere un partner possessivo, controllante, che elargisce eccessive attenzioni, fino a farli sentire in trappola e senza via di fuga. Il dilemma perenne di questi soggetti è quello di rintracciare la giusta distanza con l’altro all’interno di una relazione affettiva: l’ambivalenza delle loro emozioni si traduce in un’ambivalenza comportamentale che talvolta confonde l’altro e lo spinge inconsapevolmente proprio verso quegli esiti (rifiuto o abbandono) che cercano con grandissimi sforzi di scongiurare! Se in una coppia non c’è reciprocità, scambio, condivisione, infatti, lo sbilanciamento rischia di diventare così marcato da trascinare il rapporto verso la sua inevitabile conclusione. Dinamiche relazionali di questo tipo, infatti, possono condurre inesorabilmente alla rottura definitiva del rapporto oppure (e non si sa cosa sia peggio!) al suo cronicizzarsi all’interno di un circolo vizioso disfunzionale e/o patologico.

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11 pensieri su “Amore o Sottomissione?

  1. pensavo di adattarmi a lui e alla sua famiglia. solo dopo anni ho capito che mi stavo annullando per amore. bisogna amare prima se stessi per amare in modo sano un altro.

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  5. Penso di rispecchiare in parte la sua analisi. Cercando di inseguire constantemente l’equilibrio. Ma come un cane che si morde la coda, come due persone che si accusano a vicenda, la soluzione non è mai chiara ed oggettiva. Anche se in questi casi, sentimentalmente parlando, tutto può essere tranne che qualcosa di oggettivo! In ogni caso Grazie.

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    • Gentile Marco, nelle relazioni affettive non è mai possibile rintracciare l’oggettività assoluta in quanto ognuno è portatore della propria legittima “verità”. I pragmatici della comunicazione umana ci hanno insegnato che ognuno “punteggia” gli aventi in modo diverso (uno dei due interlocutori asserisce di aver reagito all’altrui comportamento; il secondo legittima a sua volta la propria reazione in base ad un’affermazione precedente dell’altro che a sua volta si giustifica in base a …) in un infinito “gioco” a ritroso in cui stabilire chi ha torto o chi ha ragione equivale a voler decidere se la zebra è un animale bianco con le strisce nere o nero con le strisce bianche. Ovvio che se uno dei due ha sempre torto, con la buona pace di entrambi gli interlocutori, “il cane che si morde la coda” è destinato a girare intorno a se stesso ancora molto a lungo. In bocca al lupo e grazie per il tuo intervento. Dott.ssa Annarita Arso

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    • Gentile Rits, la invito a riformulare a se stessa/o la domanda, concedendosi un ruolo attivo nella dinamica di coppia: qualche volta è sufficiente cambiare prospettiva per trovare le risposte che ci servono! Mi lasci solo sottolineare che “disfunzionale” è un aggettivo più adeguato ai comportamenti e alle dinamiche relazionali, che alle persone che quei comportamenti e quelle dinamiche li agiscono. Tanti auguri di serenità!

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