Stress e Resilienza

Stress e resilienza

La parola “stress” è una delle più abusate dei nostri tempi. Ed è apparentemente paradossale che lo sia proprio nell’epoca in cui la tecnologia, l’informazione, la scienza e la medicina mettano a disposizione innumerevoli strumenti per promuovere il benessere e ridurre le difficoltà pratiche e le distanze fisiche. Eppure, il progresso va di pari passo con l’aumento di timori, ansie e inquietudini: la crisi economica, incidenti e malattie, nuovi bisogni e vecchi conflitti interiori, contribuiscono in modo consistente al diffondersi di un incombente vissuto di precarietà. Fattori, quelli appena elencati, che favoriscono l’amplificazione di tutte quelle condizioni che fanno della nostra società, quella a più alto livello di stress della storia! Ma cosa si intende in Psicologia con questo termine così tanto inflazionato? A quali meccanismi mentali si fa riferimento? Si potrebbe semplificare la risposta, dicendo che lo stress viene percepito dal soggetto quando le richieste (esterne o interne) eccedono le sue stesse personali risorse di adattamento; potremmo aggiungere, inoltre, che lo stress costituisce il complesso processo, frutto dell’interrelazione tra gli elementi ambientali e il processo di valutazione che degli stessi ne fa il soggetto. In altre parole ancora, con tale termine ci si riferisce al fisiologico adattamento dell’organismo ad un cambiamento del sistema: in tal senso, lo stress più che un indicatore preoccupante, potrebbe addirittura configurarsi come una risorsa in grado di predisporre il soggetto a compiere le scelte più appropriate dinanzi ad un cambiamento significativo.

Di che stress sei?

Come e quando sopraggiunge lo stress? Quali condizioni soggettive o esterne lo determinano? La risposta non può essere univoca, per la definizione stessa che ne abbiamo dato: non sono sufficienti infatti condizioni esterne (o interne) sfavorevoli a causare una condizione di stress, ma è fondamentale il processo di attribuzione cognitiva che di tali eventi ne fa ognuno di noi, ovvero il significato che vi attribuisce. Questo spiega perché c’è chi riesce ad elaborare anche lutti importanti o perdite significative (separazioni coniugali subite, abbandoni, licenziamenti) senza scivolare in stati depressivi e chi si lascia abbattere da eventi di gran lunga meno significativi! Non vi sono condizioni oggettive che possano indurre il soggetto a sentirsi stressato, nè ve ne sono in grado di indurre quadri psicopatologici di questa natura: anche nel caso del Disturbo Post Traumatico da Stress, per la cui diagnosi è indispensabile rintracciare una specifica causa traumatica scatenante, i Manuali Diagnostici invitano a tener conto della “percezione soggettiva” dell’evento da parte del soggetto interessato! Ed infatti vi sono soggetti che escono indenni dal punto di vista psicologico dopo un incidente stradale o un terremoto, dopo aver assistito o essere stati vittime di un aggressione o uno stupro, e altri che sviluppano la chiara sintomatologica del PTSD (flash-backs legati all’esperienza traumatica, appiattimento affettivo, stato di allerta costante e evitamento degli stimoli che possono ricordare il trauma). Entro certi limiti, quindi, la possibilità che si instauri tale disturbo non dipende solamente dal tipo di evento vissuto, ma dai fattori di vulnerabilità individuali della persona interessata.
Talvolta, al di la dei ben più gravi quadri patologici, è proprio l’interruzione delle abitudini consolidate e della routine quotidiana a contribuire allo sviluppo o all’aumento di stati di preoccupazione vissuti con particolare  disagio da parte del soggetto (non sufficienti, ovviamente, per la diagnosi di nessuno dei disturbi da Stress). Non di rado ciò accade in periodi di riposo, quando si è in ferie o ci si riunisce con parenti e amici che non si vedono da tempo, in occasione delle festività natalizie o delle vacanze estive. In questi casi, non è il periodo di riposo la fonte scatenante del vissuto soggettivo descritto (come molti pensano), bensì quella conflittualità interiore che gli impegni lavorativi e i ritmi quotidiani tendono a relegare sullo sfondo e che emerge in tutta la sua portata, non appena si riduce il volume delle incombenze pratiche da assolvere. L’impossibilità di “controllare” ciò che accade nell’ambiente di lavoro (nel caso in cui si abbiano troppe responsabilità oppure si viva una situazione di precarietà lavorativa), una convivenza più ravvicinata con il partner (nel caso di rapporti di coppia logori da tempo e incapaci di superare l’apatia o la conflittualità che li caratterizza), i pranzi e i cenoni in compagnia di parenti e amici che non si frequentano da tempo (quando non intercorrono buoni rapporti o vi sono “non detti” in sospeso tra le parti) possono configurarsi tutte come motivazioni scatenanti di una sintomatologia legata allo stress. Lo stress infatti, si configura come una risposta psicofisica ad una quantità di compiti emotivi, cognitivi o sociali percepiti dalla persona come eccessivi e sgradevoli; ovvero, come scriveva nel 1936 Hans Selye (il primo ad usare tale termine), come una “risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”.
In base al modello di Selye, il processo stressogeno si compone di tre fasi distinte:
1–fase di allarme:
il soggetto segnala l’esubero di doveri e mette in moto le risorse per adempierli;
2–fase di resistenza: il soggetto stabilizza le sue condizioni e si adatta al nuovo tenore di richieste;
3–fase di esaurimento: si registra la caduta delle difese e la concomitante comparsa di sintomi fisici, fisiologici ed emotivi.

La reazione individuale allo Stress e la Resilienza

Ciò che differenzia lo stress “positivo” (eustress) da quello “negativo” (distress) risiede quindi nella capacità del soggetto di investire l’energia da stress in modo funzionale (capovolgendo la situazione potenzialmente dannosa per la salute, a proprio favore). In altri termini, perché alcune persone dinanzi a situazioni avverse, complesse, dimostrano di possedere un’elevata soglia di tolleranza alla frustrazione, riuscendo anche a volgere le situazioni più disperate a proprio vantaggio e altre si lasciano schiacciare dalla più piccola difficoltà, andando ad aumentare il loro già rifornito bagaglio di convinzioni limitanti e annegando nell’insoddisfazione e nella solitudine (quando non in forme più o meno gravi di disagio psicologico)? La risposta in psicologia risiede nella “resilienza”, termine preso in prestito dalla scienza dei materiali e indicante la capacità di un soggetto di fronteggiare e superare eventi stressanti o traumatici, adattandosi in modo propositivo alle nuove sollecitazioni che hanno scosso lo status quo ante. Tale concetto è strettamente associato all’empatia, alla creatività, alla risolutezza e alla capacità di attribuire agli eventi il significato più positivo tra i molteplici possibili.
Non trattandosi di una componente genetica, bensì di una caratteristica strettamente correlata ai propri processi cognitivi, tutti possiamo imparare ad aumentarne la portata per migliorare il proprio benessere psicologico. Assumersi dei rischi e investire tempo ed energia nel prendersi cura delle cose trascurate; evitare di vedere le crisi come ostacoli insormontabili, accettando il fatto che il cambiamento è parte ineluttabile della vita; pensare a nuovi modi per contrastare i problemi, valutando alternative prima trascurate; curare le relazioni interpersonali, chiedendo e accettando aiuto e sostegno in caso di necessità; darsi obiettivi realistici e realizzare ogni giorno piccoli passi verso la direzione che si vuole conseguire; imparare a dare alle situazioni e alle difficoltà il giusto peso, mantenendo una prospettiva di lungo periodo ed evitando di gonfiare oltre misura gli eventi; soprattutto, prendersi cura di se stessi, ascoltare i propri bisogni e ritagliarsi degli spazi individuali; e, in caso di fallimento, chiedersi cosa è possibile fare di diverso per non incorrere nel medesimo errore: potremmo infatti non essere responsabili per ciò che è accaduto, ma lo siamo del modo in cui decidiamo di gestirlo!
Ovviamente, non esiste una soluzione preconfezionata per imparare a gestire lo stress, così come non esiste una ricetta per la felicità; però ognuno può elaborarne una con gli ingredienti che preferisce. E se non dovesse soddisfare, provare un menù alternativo tra gli infiniti possibili, ricordandosi che la resilienza non si misura della base del risultato finale, bensì della capacità di mettersi in discussione e di percorrere strade mai battute prima.

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2 pensieri su “Stress e Resilienza

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