Adolescenze in bilico tra Narcisismo dilagante e Ipersessualizzazione

Per la stesura della mia tesi di Laurea sui Disturbi di Personalità in adolescenza (era il 2005), mi ritrovai ad approfondire la bibliografia più recente e autorevole sul tema del narcisismo: tra i vari Autori, primeggiava Mitchell che in un lavoro di pochi anni prima aveva distinto nel narcisismo patologico tre tipi di illusioni funzionali al narcisista per entrare in relazione con l’Altro: narcisistiche propriamente dette, di identicità, di grandiosità. La natura ripetitiva di schemi comportamentali patologici rappresentava, per l’Autore, una forma, sebbene disfunzionale, di adattamento, consistente nella rinuncia inconscia ad abbandonarsi a scambi interpersonali più autentici e più appaganti, allo scopo di salvaguardare modelli relazionali già sperimentati e, solo per questo, considerati “sicuri”. Ciò che del lavoro sopra menzionato, è utile agli scopi del presente articolo, è il concetto relativo all’illusione di grandiosità, appartenente a quella tipologia di narcisista che ama comparire nella vita degli altri in modo drammatico e irresistibile, concretizzando, solo illusoriamente, il desiderio di essere indispensabile a chi lo circonda. Ogni relazione è vissuta, da questo soggetto, in funzione del suo significato all’interno dell’illusione narcisistica, poiché non possiede la capacità di instaurare relazioni sentimentali profonde, nelle quali mettersi in gioco. L’immagine perfetta e vincente che questo tipo di narcisista ha di sé, poggia su basi fragili, essendo una “costruzione difensiva” che assolve la funzione di mascherare una personalità drammaticamente frammentata. Per queste ragioni, tale forma di grandiosità ha costante bisogno di altri che la confermino. Tali illusioni obbligano il soggetto ad un livello pressoché nullo di introspezione, alla negazione della propria imperfezione, alla costruzione effimera di un’immagine ineccepibile di Sé. Nel mio lavoro di tesi, partendo da questo costrutto teorico, avevo provato non solo a rintracciare le ragioni psicodinamiche alla base dello sviluppo delle personalità istrionica in adolescenza e della frequente comorbilità (coesistenza di due o più patologie nello stesso individuo) tra questa e i disturbi narcisistici propriamente detti, ma anche (facendo riferimento a tutta la letteratura e agli studi condotti su campioni specifici) a riassumere le linee guida per una diagnosi efficace. Tra i criteri diagnostici menzionavo “l’eccessiva preoccupazione da parte dell’adolescente di attirare l’attenzione attraverso il proprio aspetto”, “l’eccessiva manifestazione delle proprie emozioni e l’eccessiva quantità di tempo, energia e denaro per gli abiti e per le cure personali”, “l’eccessivo bisogno di ricercare complimenti per il proprio aspetto fisico”, “l’essere facilmente ed eccessivamente turbati da un commento critico negativo”: se il carattere “eccessivo” di questi comportamenti, già allora rendeva arduo indirizzare la diagnosi in questa direzione quando ci si riferiva a quella fase della vita in cui l’eccesso è la regola, mi domando il senso che può assumere oggi in un epoca in cui basta sfogliare i profili Facebook di qualche minorenne per accorgersi che è proprio “l’eccesso” ad essere diventato la norma (basti fare un giro sul social network più diffuso per essere sommersi da foto di ragazzine in pose ammiccanti fasciate in abiti succinti che non lasciano nessuno spazio nemmeno alla più prolifica immaginazione!). Una questione questa, che non solo pone problemi tutt’altro che irrilevanti per il clinico chiamato a valutare il livello di compromissione del funzionamento dell’adolescente (e a pronosticare fino a che punto è possibile riorganizzare i processi che mantengono eventuali comportamenti disfunzionali) ma che solleva titaniche questioni di carattere pedagogico, sociologico e, non ultimo, culturale!

La trappola dell’ipersessualizzazione

Si assiste sempre più spesso ad un atteggiamento schizofrenico da parte della nostra società nei confronti dell’adolescenza: da un lato considerata come valore primario da proteggere, dall’altro trattata con atteggiamento indulgente e lassista anche laddove i costumi e le condotte di alcuni giovani richiederebbero maggiore attenzione e cura da parte del mondo degli adulti; se da un lato ci si indigna per gli eccessi delle nuove generazioni (come se derivassero da un imprecisato disegno estraneo all’educazione ricevuta e ai messaggi veicolati dalla stessa società che le ha partorite), dall’altro si adotta un atteggiamento di inspiegabile passività e, quando va di lusso, di delega (la scuola attribuisce la responsabilità alle famiglie disimpegnate, la famiglia delega alla scuola ecc) in un comune atteggiamento fondato sulla rinuncia pedagogica. In due recenti articoli, mi ero soffermata sugli effetti negativi di tale “dicotomia” sia sugli adolescenti maschi, soprattutto in relazione allo sviluppo di disturbi della condotta o alla messa in atto di comportamenti francamente antisociali, che ponendo il focus sull’adolescenza al femminile in relazione al pericoloso e sempre più dilagante fenomeno della sessualizzazione precoce. I media, la cronaca, i profili personali sui social network, ogni giorno ci presentano adolescenti che fanno del culto dell’immagine la loro ossessione, aderendo a canoni imposti ed esponendosi al bramoso voyeurismo di chi quei canoni li ha creati e ne è il maggiore fruitore; giovanissime che prima ancora di approfondire la componente affettiva ed emotiva delle relazioni interpersonali, la mortificano attraverso l’oggettivazione del proprio corpo e la strumentalizzazione della loro sessualità emergente; giovani donne che barattano la meravigliosa scoperta della propria identità femminile con l’adesione acritica agli stereotipi di genere veicolati dagli stessi media che ne raccontano le aberrazioni; ragazzine mascherate da donne navigate che si ispirano a modelli permeati di narcisismo e perfezionismo nell’affannosa ricerca di approvazione. Già nel febbraio del 2007, un rapporto pubblicato dall’American Psychological Association, dall’eloquente titolo “Report of the APA Task Force on the Sexualization of Girls”, descriveva gli allarmanti effetti che un processo di sessualizzazione precoce nelle adolescenti donne poteva avere sulla loro salute mentale, sullo sviluppo di una sana ed equilibrata sessualità e, addirittura, sulle loro funzioni cognitive più complesse. Nonostante sia passato meno di un decennio, ritengo i risultati di allora (riferiti alla popolazione americana) di gran lunga anacronistici, rispetto alla pericolosa e dilagante cultura dell’ipersessualizzazione e dell’oggettivazione delle relazioni interpersonali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese. Il voyeurismo con cui il tritacarne mediatico tratta questioni delicate che ruotano intorno al mondo degli adolescenti (sia quando li vede vittime che autori di crimini) non fa che amplificare la schizofrenia con cui ci si approccia al loro mondo. Educare alla sessualità, all’affettività e alla gestione sana delle relazioni e delle emozioni dovrebbe essere un principio cardine di ogni agenzia educativa. Invece si assiste ad un atteggiamento delegante e deresponsabilizzante, come se i giovanissimi fossero figli di un imprecisato sistema malato e non frutto di tutte quelle scelte quotidiane del mondo degli adulti, che alimentano, come un nevrotico carburante, quello stesso sistema fondato sulla “perversione narcisistica”.

Di seguito alcune immagini tratte da campagne pubblicitarie di rinomati brand relish suit-supply-1 Sisley_large coppia spot sessista D and G hotel

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