Crisi di Coppia

Annarita Arso Psicologa Brindisi

Prendendo in prestito una frase di Antoine de Saint Exupéry, potremmo dire che “Amore non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”: spesso il ciclo di vita di una coppia dispone però i partner dinanzi a bivi tortuosi; diramazioni che rischiano di far imboccare due strade parallele. In alcuni casi si tratta di momenti per così dire “fisiologici” (come la nascita di un figlio che obbliga la coppia ad ampliare lo spazio interno per integrarvi il nuovo ruolo genitoriale), in altri di “imprevedibili” (come un lutto importante, un trasferimento che obbliga a riadattarsi in una nuova comunità, la perdita del lavoro ecc). In tutte queste circostanze, le probabilità che una coppia incappi in una crisi momentanea aumenta in modo esponenziale. Cambiamenti significativi come quelli appena descritti, infatti, impongono a ciascun partner la mobilitazione di risorse personali per fronteggiare le circostanze contingenti; contestualmente, anche la diade è chiamata a profonde modificazioni interne che le consentano di assestarsi in modo saldo ed equilibrato sul nuovo “terreno di gioco”, rispondendo in modo adeguato alle nuove esigenze di adattamento.

Il Contratto di Coppia a responsabilità limitata

Purtroppo, sempre più spesso, come le statistiche degli ultimi anni in merito a divorzi e separazioni dimostrano, le unioni sentimentali non riescono a sopravvivere ai momenti critici che si trovano a fronteggiare; sempre più frequentemente, quando viene messa in discussione la funzione centrale nella formazione della coppia, ovvero quella del rispecchiamento reciproco, la diade sembra incapace di andare oltre la propria individualità e di soddisfare i nuovi bisogni (si pensi ad esempio a quello di accudimento e comprensione manifestato dalle neo – mamme nei confronti del compagno). Quest’incapacità è tanto più marcata, quanto più, alla base della costituzione della coppia c’è una fantasia irrealistica dell’unione (“Siamo fatti per stare insieme”, “Nessuno mai ci dividerà”, “Lui è il mio principe azzurro”, “Lei è l’altra metà della mela”): questi presupposti, assolutamente fisiologici nella primissima fase dell’innamoramento, se dovessero confluire nei pilastri della coppia, renderebbero le fondamenta terribilmente fragili e vulnerabili alle prime scosse di terremoto. Una coppia di questo tipo, infatti, difficilmente riesce a rappresentarsi (e concretizzare) un Progetto di vita a lungo termine; è tendenzialmente destinata invece a stipulare “un contratto di coppia a tempo determinato e responsabilità limitata”! Si tratta di quelle relazioni fondate sul disimpegno reciproco, sull’individualismo e la mediocrità affettiva o ancora sull’opportunismo di circostanza; unioni di questo tipo sono caratterizzate il più delle volte da una comunicazione superficiale, dove si ascolta l’altro non per cogliere il senso del messaggio che sta comunicando, ma per trovare una risposta efficace che ci riporti in posizione di vantaggio; qualche volta, sono relazioni amorose fondate su giochi relazionali disfunzionali che affondano le radici in dinamiche di potere finalizzate a mantenere il rapporto in perenne asimmetria. Accade ad esempio quando l’amore tende al possesso, perdendo la sua natura intrinseca e diventando qualcosa di profondamente diverso: il possesso ignora il bene dell’altro e mira al soddisfacimento del proprio bisogno di controllare la relazione. Un rapporto di questo tipo può anche protrarsi per molto tempo se la tendenza al controllo di un partner incrocia la disponibilità ad essere controllato dell’altro. Si realizza in questo tipo di coppie una sorta di accordo implicito fondato su un fraintendimento di fondo: quello in base al quale il senso di sicurezza e la lealtà che ognuno ricerca in una relazione, possano tradursi nella limitazione della libertà del partner. Chi instaura una relazione di questo tipo, a causa di tutti i limiti che impone (o che subisce), entra in una gabbia opprimente, fatta di costosi compromessi e invalidanti limitazioni.

E vissero felici e contenti…ognuno nel proprio castello

L’incomunicabilità oggi domina la scena in molte coppie, quando non è addirittura soppiantata da modalità virtuali (ci si dichiara amore eterno attraverso “profili di coppia” su Facebook e ci si lascia con un messaggio su whatsapp) in cui le dimensioni più autentiche del Se vengono celate da un selfie particolarmente accattivante. Ci si vittimizza per non essere compresi nei propri bisogni, ma quando l’altro prova a spiegare la sua posizione non si presta realmente ascolto a quanto sta comunicando, così concentrati nell’elaborare una risposta che non faccia perdere terreno. Si arriva a barare con se stessi pur di non mettere in discussione le regole del gioco. Ci si crea gli alibi più disparati per non fare i conti con i propri limiti. Espressioni come “sono fatto così” dominano le relazioni di questo tipo e impediscono il riconoscimento del contributo di ciascun soggetto nella genesi del conflitto o nella costruzione di rapporti disfunzionali. “Io dico quello che penso” (al pari di altre espressioni altrettanto pericolose come “Io sono fatto così”), il più delle volte è solo un alibi per sentirsi liberi di offendere o ferire senza preoccuparsi di ciò che le proprie parole provocano nell’altro. Quando ci sono in gioco le emozioni, i sentimenti, la sensibilità altrui, infatti, disattivare tutti i filtri che trasformano i pensieri in parole, rende la cosiddetta “libertà d’espressione” un abito, sofisticato solo in apparenza, con cui rivestire il proprio Ego. All’interno di una relazione, quando si indossano sistematicamente i panni dell’avvocato difensore dinanzi alle proprie mancanze e la toga quando a sbagliare è l’altro, si contribuisce a mantenere il rapporto su un terreno di estrema precarietà, boicottandone un’equilibrata evoluzione. Esporre sofisticate arringhe difensive per se stessi e rintracciare continuamente nel comportamento del partner elementi per contestargli i più vari capi d’imputazione, è il modo più veloce per spingerlo ad allontanarsi o in alternativa, per indurlo a commettere i reati ascritti. Chi si sente messo sempre dietro il banco degli imputati infatti, o si stanca di dimostrare la propria innocenza e abbandona il campo, o incassa accuse e condanne finendo con l’identificarsi con l’immagine del traditore/disinteressato/disinnamorato che gli viene contestata. Talvolta l’unica ragione per cui ci si lamenta che l’altro non cambia è perché ci si ostina a dialogare solo con l’idea che la nostra mente si è costruita di lui. Tale immagine mentale ci pone in uno spazio ibrido, a metà tra il reale e l’irreale, in cui ogni autentico processo di cambiamento è bloccato dalle proprie proiezioni mentali. Bisognerebbe invece ricordare che per tutto l’arco della propria esistenza si incrociamo coppie di opposti inconciliabili: tutte le relazioni interpersonali sono permeate da un’irriducibilità di differenze che ci ostiniamo a voler eliminare. Convincersi che se il partner non è come noi (o come noi lo vorremmo) non implica che sia sbagliato e imparare ad accogliere quella diversità come un arricchimento e un’opportunità di crescita, ridurrebbe drasticamente i conflitti e i fallimenti relazionali, eviterebbe altresì lo spreco incommensurabile di energia psichica a cui l’inutile (e illegittimo!) tentativo di cambiare l’altro ci sottopone!
In questo tipo di coppie, una crisi importante (spesso coincidente con la nascita del primo figlio o con un tradimento sessuale) può inficiare in modo determinante la salute del rapporto, fino a decretarne il fallimento.

Coppie fuori dal tunnel

Quando la coppia è invece dotata di risorse sufficienti, una crisi, pur facendo emergere tutte le sottese difficoltà di coppia che hanno determinato quello scossone, consente ai partner di mettere in discussione gli elementi compromessi e di riorganizzare il rapporto su basi più funzionali ed efficaci. E’ indispensabile che siano entrambi i partner ad intraprendere il percorso verso il cambiamento, mettendo in discussione le proprie modalità di rapportarsi all’altro, di accogliere i suoi bisogni emergenti, di condividere le sue scelte; una coppia che funzioni è obbligata ad esercitare una costante funzione di “allineamento” per eludere il rischio di ritrovarsi a condividere un tetto più che con un compagno di vita, con uno scomodo coinquilino.
E’ importante sapere che la fase idilliaca dell’innamoramento può considerarsi conclusa quando ciascuno abbandona l’immagine idealizzata dell’altro e si confronta con i limiti del partner e le sue fragilità. E’ indispensabile imparare ad accettare la persona amata nella sua complessità e al di là dell’immagine idealizzata che le avevamo costruito attorno, per poter accedere ad un intimità appagante sul piano emotivo, affettivo, erotico e sessuale. Il superamento del periodo dell’innamoramento può avviare una fase più evoluta della relazione, in cui ciascuno si assume la disponibilità di prendersi cura del legame e di impegnarsi in un Progetto di vita comune.

 dentro, né fuori. Lo spazio ibrido dell’insoddisfazione coniugale

Una terza via, percorribile da chi trova faticose tanto quella dell’accudimento reciproco, quanto quello di un’interruzione del rapporto inappagante, consiste nel rifiuto di entrambe le alternative a favore di un compromesso tanto di comodo, quanto disfunzionale: scegliere di restare insieme al fine di regalare alle proprie nevrosi un palcoscenico coniugale sul quale mettere in scena, senza soluzione di continuità, il vuoto della propria insoddisfazione interiore. In questi casi, prima che il conflitto divampi in un incendio cosi indomabile da compromettere anche l’intera scenografia, sarebbe auspicabile trovare il coraggio di far calare il sipario! Alcuni individui invece preferiscono restare imprigionati in una relazione insoddisfacente pur di non affrontare il senso di fallimento che una separazione genererebbe. Diventa allora preferibile continuare a dividere la propria vita con chi già conosce le proprie abitudini piuttosto che avviare una radicale riorganizzazione delle stesse. Anche quando il coinquilino con cui si condivide il letto si riduce, nel migliore dei casi, a mero testimone della propria insoddisfazione.

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