Amore da Matrioska

Era iniziato tutto come in un giorno di ordinaria travolgente banalità. Fino a quando una ragazzina molto graziosa, avrà avuto sei anni o poco più, mi era corsa incontro, sgattaiolando tra la folla e la follia di chi, ligio al dovere, si apprestava a sottostare al peso della quotidianità: afferrandomi per il vestito mi aveva chiesto perché avessi permesso che restasse sola quel pomeriggio di sole, in quella stanza così buia da far sembrare che la notte fosse già calata. Mentre cercavo tra i mille pensieri che si accartocciavano nella mente, una risposta piuttosto credibile a una domanda così improbabile, ho sentito una mano delicata che mi si posava sulla spalla: sorpresa e intimorita, cercando di non farmi travolgere dalla ressa sul marciapiede, ho voltato le spalle, ritrovandomi a fissare gli occhi teneri e comprensivi di una Madre che, senza proferir parola, mi diceva che non tutte le domande erano destinate a ricevere una risposta. Avvertivo un senso di calore in quel gesto affettuoso mentre un’immediata sensazione di distensione si appropriava di me: l’ho ringraziata per quella premura così materna e calorosa e ho trovato il coraggio di allontanarmi dalla calca prima che mi sopraffacesse con la sua apatica frenesia. Ho intravisto un piccolo riparo all’ombra di una casa diroccata che faceva capolino tra palazzi sfarzosi e lussuosi luoghi di ritrovo e l’ho raggiunto alla ricerca di silenzio e di un senso per ciò che stava accadendo. Lì mi si è avvicinata un’altra bimba dagli occhi vispi e dallo sguardo vivace, ha posato il suo triciclo e mi ha mostrato un disegno: rappresentava i volti sorridenti di una famiglia felice, un cane festoso, una casa con il tetto a spiovente, l’immancabile comignolo e un giardino pieno di margherite con cui interrogare l’amore; le ho domandato chi avesse rappresentato in quelle forme improbabili e con quei colori insoliti e mi ha risposto, con una smorfia divertita, che aveva raffigurato la mia futura famiglia, quella di cui un giorno mi sarei presa cura in una casa calda e avvolgente; posando il disegno sulle mie gambe in attesa che mi congratulassi con lei per il suo impegno, mi ha rivolto un sorriso carico di possibilità, prima di continuare la sua entusiasmante scoperta del mondo. Mentre osservavo il sonaglino che penzolava dietro la sua bicicletta, ho avvertito dall’altro lato del marciapiede l’esibizionista e incalzante rumore dei passi di una ragazza con lo zainetto sulla spalla e le cuffie sulle orecchie; procedeva con il fare distratto e assente di chi cerca attenzione dissimulando di averne bisogno: ha accennato un saluto con un movimento quasi snob del capo, procedendo oltre senza fermarsi. Osservando il modo in cui la sua ombra sul marciapiede veniva calpestata dalla folla assuefatta alla mediocrità affettiva, ho pensato a quante cose regalasse l’adolescenza, prima di sgusciare via dalle vite delle persone: l’anarchia dei pensieri, la libertà dell’illusione, la vastità delle prospettive, le tentazioni della trasgressione. Improvvisamente, come in un miraggio, una culla vicino l’ingresso del rudere, ha scosso l’ordine scomposto dei miei pensieri. Stranita mi sono avvicinata a piccoli passi con il timore di disturbare il sonno quieto di chi ancora deve scoprire il mondo, con l’illusione di poter abbassare il volume di fondo della città appena risorta dalle tenebre della notte. Tra pizzi e merletti rosa ricamati da una mano amorevole, ho intravisto due occhi vivaci, verdi come la profondità del mare e spalancati come la bocca di chi ha fame di vita; accanto a lei la stessa Madre che mi aveva rassicurato poco tempo prima, con fare amorevole e attento sollevava la piccola dalla culla per stringerla forte a sé; la guardava come si guarda un diamante allo stato grezzo e la cullava come se il Cielo gliela avesse appena fatta cadere tra le braccia; le parlava con voce gentile e le raccontava che sebbene il mondo fosse pieno di mostri, lei le avrebbe insegnato a sconfiggerli; che nonostante la terra di tanto in tanto tremasse, lei le avrebbe insegnato a restare in equilibrio; che sebbene il tempo fosse nemico delle giuste occasioni, lei le avrebbe spiegato come arrivare in tempo; che i treni passano, ma l’uomo ha imparato a costruire le macchine volanti; che si può sbagliare stazione, ma che esistono le coincidenze; che alcune coincidenze devono essere programmate e alcuni programmi mandati all’aria; che si possono perdere chiavi, occhiali e valigie ma mai il rispetto per se stessi; che gli ombrelli scordati a casa di qualcuno non si chiedono mai indietro perché serviranno a riparare l’amico del nostro amico; che possono copiare le frasi postate sul proprio profilo virtuale o la traduzione della versione di latino, ma non possono imitare il talento che ci ha permesso di partorirle; che a volte i colpi di fulmine diventano colpi di teatro e qualche volta il sipario cala prima del previsto; che nessuno viene esonerato dal dolore, ma con – dividerlo, consente di dimezzarlo; che il senso dell’utopia non è ancora riconosciuto tra quelli ufficiali, ma è il più utilizzato da tutti coloro che attraversano questa vita lasciando un segno significativo del loro passaggio: scienziati, matti e poeti; che nessuno, visto da vicino, è normale, perché “normale” è un costrutto matematico, che le emozioni negative affannano solo la vita di coloro che non hanno imparato a domarle; che a volte l’Amore finisce, ma è preferibile l’amaro per una vacanza conclusa che il rimorso per un viaggio mai iniziato.

Fu un risveglio improvviso, insolito, irruente. Spalancai gli occhi, accesi la luce e posai lo sguardo sulla Matrioska che troneggiava trionfante sul ripiano più alto della libreria. Mi alzai dal letto e mi arrampicai per afferrarla: sentivo il bisogno di giocarci come facevo da piccola. Iniziai a “sfogliarla” e ci trovai dentro la ragazza con le cuffie sulle orecchie, la bambina sul triciclo e infine, il Seme, così come viene chiamata la bambolina più piccola nella tradizione russa, quella neonata che nella mia avventura onirica si apprestava ad aprirsi alla vita senza errori da correggere. Le guardai con la tenerezza e la nostalgia con cui si incontrano vecchie amiche con le quali si sono esauriti gli argomenti di conversazione e le richiusi tutte, con pudore, nella bambola più grande, la Madre che tutto contiene e nulla rifugge. Fu allora, con quel Vaso di Pandora tra le mani, che rivolsi un pensiero alla mia, che mi aveva dato il Seme della vita e mi aveva insegnato l’amore, permettendomi di fiorire e trasformarmi in tutte le altre bambole. Lei, che se oggi fosse stata ancora qui con me le avrebbe orgogliosamente abbracciate tutte.

(tratto da “Le immutabili cangianti facce dell’Amore”)

Psiche Nessuno e Centomila

ATTACCAMENTO SICURO E FUNZIONE RIFLESSIVA

Sulla scorta delle importanti acquisizioni teoriche e cliniche degli ultimi decenni, è attualmente possibile esplorare le peculiari implicazioni che le relazioni precoci di attaccamento hanno nel condizionare la realtà psichica in via di formazione di un bambino piccolo. È possibile riscontrare, ad esempio, un accordo pressoché unanime in ambito psicodinamico, sull’importanza che riveste l’attaccamento sicuro, nel fornire al bambino un contesto adeguato per “esplorare” la mente del genitore: è proprio attraverso la conoscenza della mente di chi si prende cura di lui, infatti, nel processo intersoggettivo delle reciproche interazioni, che il bambino ha la possibilità di comprendere la natura degli stati mentali. Nei primi anni di vita, solo un’interazione sicura e giocosa con le figure di riferimento, consente l’integrazione delle due distinte modalità con cui il piccolo, fino a quel momento, percepiva ciò che lo circondava: quella della cosiddetta “equivalenza psichica” (dove realtà interna ed esterna coincidono) e quella chiamata del “far finta” (dove le due realtà sono sempre separate); tale integrazione permette di porre le basi dello sviluppo della capacità di mentalizzazione. Con quest’ultimo concetto si fa riferimento all’abilità di “tenere a mente la mente dell’altro”, considerando i comportamenti altrui frutto degli stati d’animo sottostanti e regolando le proprie reazioni sulla base del proprio stato mentale.

Funzione di rispecchiamento e formazione del Sé 

Come avviene concretamente questo processo? Cosa dovrebbe fare una madre “sufficientemente buona”, per dirla con Bowlby, per facilitarlo? Pensare a suo figlio come ad un essere pensante e dotato di emozioni. Quando prende avvio tale processo? Sin dal primo istante in cui la mamma vede il figlio! Se qualcuno obiettasse che un neonato non ha alcuna capacità cognitiva che gli consenta di riconoscere lo stato d’animo della mamma, gli si risponderebbe che, proprio per tale ragione, è opportuno che la madre, sin dal momento della nascita di suo figlio, getti le basi per lo sviluppo di tale abilità. Guardare il bambino durante l’allattamento, stringerlo a se quando piange, rassicurarlo cullandolo e cantandogli la ninna nanna, sono tutte interazioni che emergono dalla capacità della madre di percepire i bisogni del piccolo e di rispondervi in modo coerente (“piange perché ha fame e lo allatto, è irritabile perché ha le coliche e lo cullo, ha sonno e lo accompagno nell’addormentamento”). Un altro esempio ancora più esemplificativo: il bambino si sveglia di soprassalto per un rumore improvviso e inizia a piangere; la madre lo prende in braccio, dà voce al suo spavento verbalizzandolo e collegandolo alla causa che lo ha scatenato, rassicura il bambino cullandolo, calmandolo con la voce e tenendolo stretto a sé affinché il piccolo possa percepire attraverso il battito cardiaco regolare della mamma che non c’è nulla da temere. Nel primo anno di vita, lasso di tempo cruciale per tutto lo sviluppo psichico futuro dell’individuo, il bambino che sperimenta sistematicamente interazioni positive di questo tipo, imparerà pian piano a percepire se stesso come un essere dotato di stati interni. E’come se la madre fungesse da specchio e lui imparasse a conoscere se stesso attraverso l’immagine che gli viene rimandata. La cronica assenza di questa funzione di rispecchiamento (ad es. per incapacità materna) automatizzerà invece nel bambino i processi di causa – effetto (nell’esempio sopracitato “rumore – pianto”) non consentendogli una valutazione psicologica degli eventi  (“rumore – paura – pianto”). La funzione descritta, getta le basi per la capacità del piccolo di riconoscere le emozioni e di imparare a gestirle. Una carenza cronica di interazioni di questo tipo invece, lo predispone a diventare un adulto incapace di riconoscere i propri stati interni, di nominarli, verbalizzarli e mettervi un limite. È nell’interazione positiva con il genitore (soprattutto con la mamma) quindi, che il bambino acquisisce l’immagine di se stesso come essere intenzionale, capace di mentalizzare, desiderare e avere delle opinioni: ed é questa rappresentazione che il genitore ha di lui ad essere interiorizzata e a diventare parte indispensabile del processo di formazione del Sé.

Una metafora suggestiva

Immaginate adesso una Matrioska, quel souvenir di origine russa che a tutti è capitato di vedere almeno una volta: ebbene, è come se nel bambino (nelle fasi precocissime dello sviluppo, molto prima della comparsa del linguaggio e della comunicazione intenzionale) emergesse il Se psicologico (diverso da quello corporeo) grazie alla percezione dell’immagine mentale che di lui possiede dentro di sé la sua mamma. Così, quando la madre recepisce sente, pensa e riflette uno stato d’animo del suo bambino (“Hai ragione piccolo, ti sei spaventato per quel rumore improvviso che ti ha svegliato”), consente al figlio di organizzare la propria esperienza, collegando i propri comportamenti (pianto) non solo all’evento concreto che li ha originati (rumore), ma soprattutto all’emozione che sta provando (paura). Il Sé psicologico è radicato proprio nell’attribuzione degli stati mentali, capacità che emerge attraverso un processo di rispecchiamento all’interno di una relazione di attaccamento: la disponibilità di un genitore riflessivo quindi, aumenta la probabilità che nel bambino si sviluppi un attaccamento sicuro, il quale, a sua volta, facilita lo sviluppo di una teoria della mente. Nella tradizione russa, la bambola più grande della Matrioska si chiama “madre”, il pezzo più piccolo (l’unico indivisibile), “seme”; la sua origine risale ai primi del Novecento: si trattava di una composizione interamente di legno composta da otto pezzi di dimensioni decrescenti (una ragazza, una bambina ecc, fino al “seme” rappresentato da un neonato in fasce). Potremmo affermare che un bambino impara a percepire se stesso come essere pensante e dotato di stati d’animo, a partire dalla conoscenza che fa del “seme” (dell’immagine mentale) che la mamma ha di lui: questo gli consente di crescere, sviluppando capacità cognitive ed emotive sempre superiori (trasformandosi nelle altre bambole più grandi) fino a diventare egli stesso un individuo (la bambola più grande) capace di riconoscere, comprendere, contenere e gestire i propri e gli altrui stati d’animo! Quindi, solo laddove un genitore, dotato a sua volta di adeguate capacità riflessive, si mostri capace di comprendere e sostenere le attitudini intenzionali del bambino, quest’ultimo avrà l’opportunità di “trovare se stesso nell’altro” e di sviluppare rappresentazioni di stati mentali, emotivi e cognitivi, capaci di organizzare funzionalmente il suo comportamento nei confronti di chi si occupa di lui. Crescendo, infatti,, quando il bambino impara a riconoscersi nella mente dell’altro come soggetto capace di mentalizzare, diventa anche in grado di attribuire correttamente il comportamento eventualmente non responsivo della madre agli stati mentali della stessa, piuttosto che alla propria cattiveria o alla propria incapacità di suscitare attenzione. Il riconoscimento della natura degli stati mentali altrui, nella primissima infanzia, protegge il bambino dalle ferite narcisistiche e in tutte le fasi successive dello sviluppo contribuisce in modo significativo a prevenire lo sviluppo di disturbi psicopatologici. Un “seme” germoglia in modo tanto più rigoglioso, quanto più la “madre” che lo partorisce riconosce le sue potenzialità e gliele restituisce attraverso ogni singolo gesto d’amore con cui si prende cura di lui.

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15 pensieri su “Amore da Matrioska

  1. Il racconto è travolgente! Fino all’ultima riga non si sa dove ti voglia condurre e poi ti lascia i brividi sulla pelle. Sarà perchè vorrei che anche mia madre fosse qui con me!!

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  2. Ho la pelle d’oca! Il racconto introduttivo è fantastico! Sono una neo mamma e non ho più la mia da molti anni. Forse per questo, il suo articolo mi ha profondamente colpito. Spero di essere una brava matriosca con mia figlia come mia mamma lo è stata con me!! Grazie e complimenti. Ha mai pensato di scrivere sulla depressione post parto? E’ un tema a me molto caro !

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  6. Ho letto l’articolo fino in fondo. Credo che il mio desiderio di maternità resterà inappagato se lui non dovesse decidersi ad abbandonare il nido o se io non dovessi riuscire a tagliare le catene che mi tengono ancorata a questo rapporto malato. Il racconto è molto emozionante: lei riesce ad affrontare argomenti tanto diversi con spirito sempre nuovo. Suscita riflessione, emozione e spirito critico e non sono doti così comuni! Complimenti!

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