Adolescenze difficili. Il faticoso mestiere di crescere

Sembra aumentare progressivamente nella società contemporanea un atteggiamento accondiscendente e per certi versi giustificazionista da parte del mondo degli adulti nei confronti delle nuove generazioni; atteggiamento che pare sempre più accompagnarsi alla tendenza, non solo ad anticipare la soddisfazione dei bisogni, ma addirittura a crearli prima che emergano spontaneamente, probabilmente per una sorta di compensazione alla carenza di rapporti autenticamente affettivi e a causa di una generale rinuncia pedagogica; in particolare, si registra, con sempre maggiore frequenza, una tendenza da parte delle famiglie a soddisfare i bisogni che si riferiscono al possesso materiale di beni (anche in funzione del bisogno tipicamente adolescenziale di omologarsi agli altri), disattendendo invece quelli che sono i bisogni fondamentali del soggetto in età evolutiva: quello di attenzione, di interessamento, di rispecchiamento e di fiducia nelle sue risorse e nella legittimità delle sue opinioni, dei suoi desideri, delle ambizioni future e dei suoi progetti imminenti. Spesso i bisogni materiali vengono prontamente esauditi allo scopo di non creare contrasti (il cui superamento richiederebbe un confronto autentico sul piano relazionale) e soprattutto per evitare l’avanzamento di richieste di attenzione e di ascolto che, appartenendo ad un livello emotivamente più elevato, chiamerebbero in causa una reale intersoggettività. Sottrarre l’adolescente poi, a tutte quelle “frustrazioni ottimali” e a quei fisiologici conflitti interpersonali che rappresentano la “conditio sine qua non” per lo sviluppo di un Sé sufficientemente solido e fiducioso nelle proprie risorse, inficia anche la sua capacità di affrontare le difficoltà insite al periodo adolescenziale.

Senza paura, senza pietà, senza rimorso

L’evanescenza delle figure genitoriali ed un certo conseguente e sempre più diffuso disinvestimento nella triangolarità della mappa familiare da parte di alcuni di loro, hanno effetti di non poco conto sulla percezione delle regole, dei limiti, del principio di realtà da parte dei figli. La mancata interiorizzazione normativa, dovuta ad esempio all’assenza (fisica o anche solo affettiva) della figura paterna in particolare, rendono ragione dell’incapacità di molti adolescenti a conformarsi alle norme sociali. Un tratto preoccupante che accomuna adolescenti problematici, ad esempio, è la mancanza di rimorso: da un punto di vista strettamente psicodinamico, è come se non avessero potuto introiettare la “norma”, compromettendo l’adeguato costituirsi di quel nucleo dell’identità che deve essere confermato e stabilizzato anche mediante l’integrazione di tutti quei valori “normativi” alla base di una sana convivenza sociale. La mancata interiorizzazione di essi, quando assume connotazioni estreme (che conducono ad esempio, nella prima età adulta, all’esordio di disturbi di personalità dello spettro antisociale) si traduce nella freddezza inquietante con cui molti giovanissimi autori di efferati reati permeano il dettagliato resoconto della pianificazione e dell’esecuzione degli stessi e a cui la cronaca nera ci sta pericolosamente assuefacendo. La mancanza di rimorso e di sentimenti di colpa è strettamente correlata all’incapacità di riconoscere l’altro nella sua alterità. Le difficoltà di controllo del comportamento possono essere spiegate invece non solo su un piano cognitivo (con l’incapacità di pensare alle conseguenze delle proprie azioni), ma anche e soprattutto con problemi narcisistici (legati alla difficoltà di costruire un’idea di Sé adeguata) legati all’insicurezza dei legami d’attaccamento precoci (insensibilità o freddezza di alcuni caregivers sono spesso alla base dell’assenza del sentimento di colpa). In particolare, i soggetti adolescenti con tratti antisociali di personalità, usano l’azione e la proiezione come meccanismi di regolazione; quest’ultima si esprimerebbe attraverso l’interpretazione dei comportamenti (anche accidentali) degli altri, come attacchi verso il proprio Sé: ne segue la tendenza a giustificare i propri scoppi di collera e/o di violenza come risposte ragionevoli all’ostilità altrui.

Dicotomie esterne e disorientamento interiore

Al di là degli specifici fattori psicodinamici legati alle storie familiari e personali, c’è da aggiungere che un contesto sociale come quello attuale, permeato da molteplici “scissioni”, non può che contribuire ad alimentare i processi disfunzionali sopra descritti, traducendosi in quei comportamenti problematici che coinvolgono un numero sempre maggiore di giovanissimi, come la cronaca degli ultimi anni ci ha tristemente testimoniato. La nostra società, i mass media, le proposte educative sono sempre più caratterizzate da una diffusa e preoccupante tendenza a dicotomizzare la realtà tra vero e falso, giusto e sbagliato, buono e cattivo, vittima e carnefice. Si registra una preoccupante tendenza a sottovalutare le sfumature intermedie, a favore dell’irrigidimento su posizioni estreme e infruttuose. Si assiste (spesso inermi, per quanto sia spiacevole dirlo) ad un’impoverimento emotivo che appiattisce la capacità di cogliere la molteplicità dei significati dei messaggi ricevuti. Se l’altro non aderisce alle proprie aspettative, diviene automaticamente “falso” (non si comprende in relazione a quale criterio di riferimento); se una relazione finisce male, anziché soffermarsi sulle personali responsabilità che hanno inficiato il rapporto, si attribuisce esclusivamente la colpa alla “sindrome narcisistica” galoppante che, come un virus spietato, ha infettato anche il proprio partner; se si è destinatari di un richiamo sul posto di lavoro, è perché il capo è invidioso, ingrato e incapace di cogliere la generosità e la qualità delle proprie doti e competenze “infinitamente buone”. La politica, la televisione, il mondo del giornalismo, salvo rare eccezioni, da almeno un ventennio ci hanno assuefatto a questa pericolosa lettura degli accadimenti; tendenza che inevitabilmente, con il trascorrere del tempo si sta traducendo in un cronico disorientamento interiore delle nuove generazioni, incapaci di guardare anche ai propri tumulti interni e ai propri stati emotivi con altre e più funzionali chiavi di lettura.

La sfida educativa contemporanea

Educare all’ascolto, sperimentare l’impegno personale all’interno della relazione con gli altri, sviluppare relazioni positive e atteggiamenti di apertura, comprensione e disponibilità nei rapporti interpersonali, acquisire la capacità di discutere, affrontare problemi, indicare soluzioni in modo che anche i conflitti ed i litigi diventino occasione di negoziazione, di apprendimento e di crescita, rappresentano il presupposto fondamentale per consentire ai più giovani l’interiorizzazione delle regole base di civile convivenza e lo sviluppo di un embrionale senso etico. E’ necessario, perciò, promuovere l’evoluzione del funzionamento mentale degli adolescenti (soprattutto di quelli con disturbi della condotta o con problematiche nell’area narcisistica), da una condizione in cui predominano la realtà percettiva e motoria, la negazione dell’alterità ed il timore dello scambio relazionale, ad un’altra in cui sono operanti le rappresentazioni, i simboli ed è riconosciuta e tollerata la distanza dall’altro. Tra i molteplici fattori alla base di un idoneo sviluppo psicologico, ve ne sono alcuni che rivestono, se possibile, un ruolo di primaria importanza: la continuità, la prevedibilità e l’affidabilità, ovvero, rispettivamente, la possibilità di poter contare su solidi punti di riferimento, di percepire la propria vita in una sequenza ritmica che permetta all’adolescente di sviluppare la capacità di controllo su quello che gli accade intorno e, in ultimo, certo non per importanza, l’affidabilità delle relazioni, cioè la presenza di rapporti solidi e continuativi; “merce” quest’ultima, di questi tempi sempre più rara!

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6 pensieri su “Adolescenze difficili. Il faticoso mestiere di crescere

  1. Io e mia moglie abbiamo sempre cercato di aiutare nostro figlio. Come figlio unico lo abbiamo riempito di attenzioni, che spesso, ammetto, riguardavano beni materiali. Il cellulare a 8 anni, il motorino a 14, le serate in discoteca fino alle 2 di notte a 15 anni. Ora ha 17 anni, ha lasciato la scuola, passa le giornate in giro con i suoi amici, molto poco raccomnadbili. Noi ci facciamo tanti sensi di colpa ma è anche vero che le famiglie sono lasciate da sole. Non c'è più l'oratorio per i prorpi ragazzi, il prete amorevole a cui affidarli, il gruppo scout per farli socializzare, la scuola che sostiene, informa e non vede i genitori come nemici. I tempi sono cambiati in peggio. E' vero che il contesto intorno non ci aiuta ad aiutare gli adolescenti e neppure noi adulti (che spesso siamo più in crisi di loro!). Mio figlio esce di casa vestito e atteggiato come un tronista, parla un linguaggio lontano fatto di “io sono vero non come voi che siete falsi e pensate solo a quello che la gente pensa di vostro figlio!”. Che significa essere vero o falso oggi? Quando io e mia moglie ci preoccupiamo che la vicina di casa, vedendolo vestito in quel modo, sapendo che non studia e non lavora e che rientra a notte fonda, parla male di lui, significa essere superficiali? O non significa forse volerlo proteggere dai giudizi cattivi di chi non lo conosce. Cosa è giusto e cosa sbagliato?

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  2. Caro Pietro, come si fa a negare il cellulare o il motorino o tutti resto? Le mi figlie, se provo a contrastarle mi dicono che “ce l'hanno tutti” e che non gli voglio bene se le faccio sentire diverse dalle compagne di scuola. L'adolescenza di oggi non è quella dei miei tempi. Io passavo le serata a scrivere il diario, le mie figlie a farsi le foto da mettere sul computer. Purtroppo i padre, da cui sono separata, non ha nessuna autorità; non prova neppure a richiamarle, a metterle davanti ai pericoli che corrono e se lo facesse oggi, loro gli riderebbero in faccia. Cosa è giusto e cos è sbagliato me lo chiedo pure io tutti i giorni. Penso che solo il tempo ci potrà dare le risposte.

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  3. Sono un’insegnante con 20 anni di esperienza alle spale. Quando ho iniziato a lavorare cercavo di essere collaborativa con le famiglie. L’adolescenza non è mai stata scevra di insidie per nessuno. I genitori mi ringraziavano e alcuni di loro, ancora oggi mi fanno gli auguri a Natale. Nella scuola di oggi, un atteggiamnto del genere da parte del gruppo docente è impraticabile. Una mia collega, rea di ave riferito a sua madre che la figlia aveva chiesto informazioni sulla pillola del giorno dopo, ha rischiato una denuncia! La famiglia ha difeso a spada tratta l’allieva accusando la scuola di diffamazione! Questa è la realtà!

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    • Condivido pienamente collega. Anzi, aggiungo, bisogna anche stare attenti ad evitare ritorsioni da parte di allievi e famiglie! Se non mi ritenessi una delle poche persone fortunate ad avere un lavoro a t.i. avrei già cambiato mestiere!

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