Marilyn. Un’orfana in cerca d’Amore

Psiche Nessuno e Centomila

C’era una volta una bambina timida, impacciata e balbuziente, che peregrinava da un orfanotrofio di Los Angeles all’altro. La donna che l’aveva messa al mondo, Gladys, rinchiusa in un ospedale psichiatrico con diagnosi che oscillavano dalla psicosi maniaco depressiva alla schizofrenia, attraversava sporadiche parentesi di lucidità prima di essere travolta da drammatiche cadute nel baratro della depressione. Anche Della, la mamma di Gladys, aveva terminato i suoi giorni nel letto di un ospedale psichiatrico, consumata dallo stesso male oscuro che avrebbe fagocitato sua figlia, un male che l’aveva trascinata nei meandri più bui della mente dopo il suicidio dell’amato padre. La mente di Della, avvolta da una nebbia fitta eimpenetrabile, alcuni giorni prima della propria morte si era lasciata trascinare dai demoni che per anni l’avevano tormentata e che avevano comandato alla sua mano di spingere un cuscino sul volto della sua indifesa nipote, tentando di strapparla alla vita.

C’era una volta una donna che girovagava per le strade di Manhattan e di Santa Monica, struccata e con una parrucca nera. Si faceva chiamare Zelda Zonk, uno pseudonimo a metà tra letteratura elitaria e fumetto grottesco. Non passava notte senza che Zelda venisse tormentata da incubi terrificanti; incubi che le avevano fatto compagnia per tutti i lunghi anni dell’orfanotrofio, in quelle camerate troppo grandi per sentire il calore e l’affetto di un porto sicuro e troppo piccole per contenere la sua irrefrenabile voglia di fuggire lontano. Incubi che la facevano vagare tutte le notti, nuda, tra le tombe di un cimitero onirico alla ricerca spasmodica di una via di fuga e che la facevano sobbalzare sul letto tremante, sudata e incapace di impedire alle urla che le sfuggivano dalla gola, di straziare il silenzio della notte. Nuda perché, almeno in sogno, priva degli abiti logori e sdruciti che era costretta a indossare durante il giorno, non si sentisse inferiore alle ragazze che avevano goduto del privilegio di un’infanzia più serena della sua. Incubi interrotti da risvegli altrettanto burrascosi in cui riemergevano l’angoscia e l’umiliazione per gli abusi subiti in orfanotrofio e la devastante e vana attesa di quella madre che, malata e incapace di badare a se stessa, non avrebbe potuto salvarla da quell’inferno. Risvegli incapaci di rimuovere il tragico ricordo del tentativo di omicidio subito da quella nonna da cui invece avrebbe desiderato amore e protezione. Risvegli che, negli anni, l’avrebbero sorpresa ogni notte in un letto diverso, con avidi compagni di fugaci fughe in territori proibiti; incontri che al posto dell’intenso appagamento sessuale che avrebbe cercato, le avrebbero lasciato solo un profondo senso di frustrazione da soffocare con alcol e psicofarmaci.
 
Erano gli anni 50 e a Hollywood la psicoanalisi rappresentava il passatempo privilegiato di chi voleva comprarsi una reputazione degna di nota e la via più in voga, sebbene più onerosa, per recuperare del materiale interessante da sfoggiare nei salotti che contavano. Circoli esclusivi in cui ci si poteva, nella medesima serata, inebriare con le recenti scoperte di Masters e Johnson sul comportamento e la fisiologia sessuale umana, sorridere dell’anticonformismo della nota antropologa Margaret Mead e godere delle disquisizioni di Anna Freud sulle strategie più comuni per difendersi dalla sofferenza emotiva quando questa diventava intollerabile. Erano salotti riservati e privilegiati che avevano imparato ben presto a proteggere i segreti dei propri adepti.  
Tranne per un caso, diverso da tutti gli altri. Quello di Norma Jeane Mortenson, una donna capace di diventare per chiunque la conoscesse, se stessa inclusa, una trappola.
Quella donna aveva avuto un matrimonio lampo con il leggendario giocatore di baseball Joe Di Maggio prima di sposare il celebre commediografo Arthur Miller, una chiacchierata amicizia con Frank Sinatra e addirittura una relazione carica di contraddizioni e segreti con il Presidente degli Stati Uniti: sarebbe bastato questo per eleggerla indiscutibilmente a fonte inesauribile di argomenti di conversazione. Alla sua conturbante e dissoluta vita sentimentale si aggiungeva una bellezza talmente poco ordinaria da risultare così straordinariamente avvenente. L’immagine del vestito bianco che si solleva al passaggio della metropolitana sarebbe penetrata nell’immaginario collettivo del genere maschile e ne avrebbe monopolizzato lo spazio per intere generazioni. La sua sensualità l’avrebbe consacrata a inaccessibile simbolo erotico e a icona pop del secolo scorso. 
Un mondo ricco di antinomie quello in cui si dipanava la sua esistenza, che le chiedeva di sorridere davanti alla cinepresa, lasciando da parte tutte quelle ambivalenze che le consentivano di recitare ogni volta una parte diversa. A fungere da contraltare, un turbinio interiore che si prestava a palcoscenico dell’eterna guerra di Eva contro Eva, in un infinito ed estenuante vortice di ambiguità, contraddizioni e scissioni. Un conflitto perenne con se stessa e con le sue nevrosi. “Impulsiva, instabile, paranoide” scriveva Anna Freud sul suo taccuino quando cercava di penetrare nel suo universo difensivo per tracciarne i contorni e ricostruirne gli articolati intrecci. Un mondo interiore governato da profondi conflitti, dal complesso di una madre morta che in realtà era ancora in vita, dal vuoto lasciato da un padre mai conosciuto, dal dolore provocato dai traumi precoci subiti. La sua depressione incrociò ben cinque psicoanalisti e tutte le forme di terapia dell’epoca: dal metodo delle libere associazioni di tradizione freudiana a massicce somministrazioni farmacologiche. E quando parole e farmaci non erano sufficienti a sedare i suoi sbalzi d’umore, si ricorreva alla camicia di forza.
Una ricerca interminabile ed estenuante per placare il dolore di quell’orfana che albergava dentro di lei e che reclamava un riscatto definitivo che non sarebbe mai sopraggiunto. Una continua ricerca di senso che la spingeva ogni volta sempre più lontano da se stessa, trascinando nelle sue cadute anche coloro che si erano eletti a compagni di viaggio e che finivano preda delle loro stesse fantasie transferali. Lo sapeva bene Ralph Greenson che con quella paziente aveva violato tutti i canoni della relazione terapeutica, instaurando un rapporto folle e perverso; lui che sul suo lettino aveva ospitato Tony Curtis, Frank Sinatra e Vivien Leigh, sarebbe stato il primo a trovare il cadavere di quella che amava definire “la mia schizofrenica preferita” e con le dichiarazioni contraddittorie rispetto a quel rinvenimento, sarebbe entrato di diritto nell’enigma che ancora avvolge quella misteriosa morte. Si narra che pochi giorni dopo la morte dell’attrice, Greenson avrebbe detto: «Non so chi abbia ucciso Marilyn. La psicoanalisi, certo, ha avuto un ruolo in tutto questo. Non è stata lei a ucciderla, come dicono gli antifreudiani e gli antisemiti. Però non l’ha aiutata a sopravvivere». Forse perché, semplicemente, Marilyn era al di sopra delle risorse della psicoanalisi.
 
«Hollywood è quel posto dove pagano migliaia di dollari per un tuo bacio e cinquanta centesimi per la tua anima» diceva arrotolandosi le ciocche bionde tra le dita. E nessuno poteva saperlo meglio di lei che era riuscita a diventare una protagonista di impareggiabile bravura davanti alla cinepresa, rimanendo una fragile comparsa nella propria vita. 

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3 pensieri su “Marilyn. Un’orfana in cerca d’Amore

  1. Fan di M.M da una vita. Complimenti per l'articolo. La sue vicissitudini psicoanalitiche sicuramente avranno influenzato anche le sue scelte private e professionali. Alcuni riferimenti ai suoi psicoanalisti, che lei ha citato, mi erano sconosciuti. Uno spunto per approfondire. Complimenti anche per l'articolo sul principe azzurro. Sono classe '80 e sono cresciuta con candy candy, Beverly Hills e company. Articolo che mi ha portato indietro nel tempo.

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