Mancato Svincolo e Crisi di Coppia

“Cara suocera, per anni mi hai insignito del titolo di “figlia acquisita”. Mi hai accolto nella tua casa come un indesiderato ospite d’onore e invitato alla tua tavola imbandita come una mesta trovatella. Mi hai offerto le migliori pietanze del banchetto, quelle che tu ritenevi tali dall’alto della tua delirante e inesistente abilità culinaria e insignito per anni dei complimenti più falsamente lusinghieri. Hai contestato le mie opinioni solo perché non corrispondevano al tuo modo bigotto e sorpassato di leggere il mondo che ti circonda, riempiendo le nostre conversazioni di critiche e pregiudizi. Ti sei spinta fino alle offese più gratuite, rivendicando il diritto di esprimere la propria opinione, ignara della differenza tra la libertà di espressione e la più basilare mancanza di rispetto.
Ti rivolgo queste parole, chiedendoti di riservare da oggi in poi le tue ipocrite lusinghe e i tuoi patetici e anacronistici aforismi sulla vita per la prossima malcapitata che varcherà la soglia del tuo pericolante castello dorato. Ti chiedo anche di esonerarmi dall’onore di ricevere consigli di natura pseudo psicopedagogica su come allevare le mie figlie … ho avuto modo di conoscere a fondo la tua e ti garantisco che non hai fatto un buon lavoro! Piuttosto che rimuginare su come distruggere il matrimonio di tuo figlio, avresti potuto impiegare il tuo tempo ad organizzare quello della tua amata erede femminile: è cronologicamente più vicina alla menopausa che al menarca; con un po’ di impegno e un pizzico di fortuna, avresti potuto convincerla a volare fuori dal nido prima l’artrosi glielo impedisse.  Ti ringrazio infine per la preziosa eredità che il nostro rapporto mi ha lasciato. Conoscerti mi ha permesso di imparare le lezioni più importanti della mia vita, quelle che nessuna scuola e nessun manuale sarebbero mai stati in grado di impartirmi: quando l’amore non fa crescere, UCCIDE! Un figlio, quando esce dal nostro grembo, smette di essere “parte di noi” e diviene parte del mondo. Il compito di una madre è quello di fare in modo che entrambi, il figlio e il mondo, le siano siano grati di questo dono”. Con estrema gratitudine. La tua ex nuora.
(da una mail di “Cinquantenne disillusa”, assidua lettrice del blog)

 Annarita Arso Psicologa Brindisi

Il MANCATO SVINCOLO DALLA FAMIGLIA DI ORIGINE

La formazione di una coppia è un processo molto complesso. Entrano in gioco numerosi fattori connessi alla personalità e alla storia individuale di ciascuno e non in ultimo, alle reciproche storie familiari. Quest’ultima variabile è costituita da un articolato insieme di aspettative, modelli, miti e credenze di cui ogni partner è portatore e pertanto gioca un ruolo di primo piano nella costituzione di una relazione amorosa. Uno degli aspetti che in misura determinante influisce sulla formazione di una nuova coppia riguarda il mancato svincolo di uno dei partner (o di entrambi) dalla propria famiglia di origine.
Tale processo, che affonda le sue radici nell’adolescenza (nella cosiddetta fase di individuazione-differenziazione), ha un decorso graduale fino all’ingresso nella vita adulta e al raggiungimento dell’indipendenza economica (che nella società contemporanea sempre più spesso non coincidono). Le modalità con cui si attua questo processo hanno un’influenza (talvolta determinante) nelle scelte affettive future dell’individuo. Il mancato svincolo dal proprio nucleo familiare d’origine, non solo pregiudica il sano sviluppo emotivo del singolo, ma rappresenta un grave fattore di rischio per la formazione e il mantenimento delle sue relazioni affettive.
Affinché questo processo si sviluppi in modo equilibrato e abbia un esito felice, è determinante il ruolo rivestito dalla famiglia d’origine. Uno dei compiti dei genitori, fin dalle primissime fasi di sviluppo del bambino, è infatti quello di bilanciare la protezione (che inevitabilmente nella tenerissima età si sovrappone alla sostituzione: “faccio io al posto tuo”) con la spinta all’autonomia (che gradualmente, nelle fasi di sviluppo successivo si tramuta in comportamenti fondati sul messaggio “prova a farlo da solo, se non ci riesci ci sono io qui ad aiutarti”); questo compito, delicato e complesso nello stesso tempo è uno dei fattori più rilevanti per la costruzione, da parte del bambino del senso di sicurezza (quella che Bowlby definiva “base sicura”), per la formazione dell’autostima e, come si diceva sopra, per l’acquisizione dell’autonomia (“mi sento sicuro, posso affrontare il mondo”).

Il mandato familiare

Il genitore che non è in grado di accettare che il figlio cresca è come se lo investisse di un “mandato familiare” vincolante e limitante. Tale mandato può assumere molteplici forme: in una famiglia altamente conflittuale il perdurare della presenza del figlio nel nucleo di origine può ad esempio essere funzionale ad impedire la separazione tra i coniugi; in un contesto in cui uno dei due genitori è venuto a mancare, invece, il ruolo affidato al figlio potrebbe essere quello di “vicario” del genitore assente o/e di figura consolatoria di quello ancora in vita. In alcuni casi, può verificarsi una sorta di ribellione da parte del figlio “investito” di questo ruolo a tale mandato familiare: ribellione che talvolta si concretizza nella scelta di un partner diametralmente opposto a quello desiderato dal genitore. Una scelta di questo tipo talvolta è funzionale al mantenimento del conflitto in atto con la propria famiglia di origine. In casi opposti, di eccessiva dipendenza dal nucleo familiare, si può optare per una scelta affettiva consona al mandato familiare, arrivando a portare nella coppia copioni comportamentali simili a cartine di tornasole di quelli della coppia genitoriale. In casi estremi, la nuova coppia tende ad essere “fagocitata” nella famiglia di origine del partner non ancora svincolato, fino ad essere quasi “adottata” da questa.

Quando uno più uno fa tre

In casi come quelli rappresentati, di mancato svincolo, spesso si registrano dei “movimenti” da parte del sistema familiare finalizzati ad impedire in modo più o meno consapevole lo svincolo della prole (o anche di uno solo dei figli ovvero quello investito di tale mandato familiare). Di frequente, il genitore che non riesce a tollerare un progetto di autonomia del figlio, dimostrandosi incapace di gestire la propria frustrazione dinanzi al sentimento di abbandono e solitudine che ne deriva, attua comportamenti finalizzati (in modo più o meno consapevole) ad indurre sensi di colpa, spingendo il figlio a restare in famiglia nonostante l’acquisita indipendenza economica e/o la presenza di un partner.  In casi estremi, il genitore arriva apertamente a criticare le scelte affettive del figlio e/o ad attaccare il partner scelto, fino ad intromettersi in modo attivo per interromperne la relazioneAnche laddove dovesse realizzarsi lo svincolo dal punto di vista fisico dal nucleo familiare originario, un sistema familiare di questo tipo, incapace di tollerare la separazione, può attuare una serie di comportamenti finalizzati a boicottarne la riuscita. Nei casi in cui l’uscita dal “nido” dovesse poi coincidere con la formazione di una nuova famiglia (nel caso di un matrimonio/convivenza del figlio), il genitore incapace di gestire questa delicata ma fisiologica fase del ciclo di vita, arriva ad attuare in modo più o meno consapevole comportamenti tali da creare attrito all’interno della coppia fino a generare vere e proprie situazioni di conflitto: invadenza, ingerenze, intromissioni (evidenti oppure attuate con sottili meccanismi manipolativi). Queste intrusioni “autorizzate e legittimate” possono comportare una grave minaccia alla stabilità della coppia: quando uno dei partner è ancorato in modo preminente al suo ruolo di figlio, rischia di compromettere quello di compagno (e di genitore o futuro tale). Situazioni di questo tipo possono protrarsi per lungo tempo in condizioni di apparente accordo, generando sintomatologie più o meno gravi in uno dei partner (o nella prole) oppure possono scivolare gradualmente verso l’interruzione del rapporto (con modalità spesso altamente conflittuali). Uno dei compiti fondamentali di una coppia è quella di costruire confini definiti che determinino in modo chiaro e inequivocabile la giusta distanza da entrambe le famiglie di origine. Quando questo compito fallisce, l’intervento professionale di un esperto può essere risolutivo per aiutare la coppia a rinegoziare alcune regole del proprio contratto implicito e/o il partner interessato a sciogliere i nodi della propria storia individuale che gli hanno reso difficile impedire ai propri familiari di entrare in competizione con il proprio partner.

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83 pensieri su “Mancato Svincolo e Crisi di Coppia

  1. A me pare evidente come in tutti i tuoi post non traspaiano né amore, né dolore, né voglia di riprendere la gestione di una cosa sacra che si chiama “matrimonio”, ma solo un tentativo di pulirti la coscienza, autoconvincerti che la cattiva sono io così ti sarà più facile non avere rimpianti nel lasciarmi andare al tuo destino, e soprattutto, come sempre, l'obiettivo numero uno: dimostrare a tutto il mondo, in questo caso perfetti sconosciuti che non sanno nemmeno i nostri nomi, che la colpevole non è tua madre, che lei non ha fatto niente, che lei non c'entra e tu sei solo un povero disgraziato che è stato trattato come un criminale. La cucina, tanto per dirne una, è un'altra delle vostre mistificazioni: a me infatti non hai mai detto che per casa nostra ne avresti presa un'altra, ho dovuto sapere solo per caso, dal mobiliere che ha chiamato mia sorella, che aspettavate un nuovo piano di lavoro da mettere in casa dei tuoi genitori. Nessun accenno ad altro, da nessuno. Ora è solo un'altra arrampicata sugli specchi per difendere il vostro modo di agire. E questa casa di cui sproloqui da anni, sono tre anni che si dice che è a disposizione e viene negata. E chi se ne frega di case e cucine, sono solo vostri pretesti per accollare tutte le incombenze, tutte le responsabilità e tutti i problemi a me. Perché ormai siete una triade, e puoi scrivere quello che vuoi quando vuoi, tanto credo che negherai anche di avere lasciato queste parole qui sul blog: i fatti parlano soli, e non è colpa degli amici, delle chiacchiere da bar, di mio padre, della mia terapista e di chissà chi altri. L'unico messaggio che mi hai dato, nei fatti, è questo “ormai hai avuto il contentino del matrimonio e della passerella in abito bianco, ora zitta, arrangiati e sopporta: alle brutte ho sempre la carta dell'annullamento o della separazione, perché i miei genitori sono sempre al primo posto non possono essere eliminati dalla mia vita, ma tu sì”.

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  2. Beh, mi pare ovvio ormai che dai tuoi post non trasuda mai né amore, né dolore, né sconforto, ma solo la voglia di dare la colpa a me, così ti sarà più facile sentirti con la coscienza a posto e autoconvincerti che il male ero io, in modo da non provare rimpianti nel lasciarmi andare al tuo destino. Non fai che parlare di una casa che per tre anni è stata solo promessa e mai data, ora con questa, ora con quella scusa, per giustificare il comportamento dei tuoi genitori e costringermi a fare il gioco che fai tu : “non parlo, non vedo, non sento”. Poi parli di una cucina nuova per noi che non è mai esistita, di cui non mi è stato mai detto nulla, mettendo in mezzo perfino il mobiliere, che a onor dal vero, si è limitato a comunicare a mia sorella che stavate aspettando il nuovo piano scelto da tua madre per mettere la nostra cucina in casa tua. E non ti accorgi di quanto sia inutile e sterile continuare a parlare non solo di cose materiali, la cui disponibilità peraltro è stata smentita dai fatti, mentre qui l'unica cosa che conta è riflettere sul valore di una cosa sacra come il matrimonio, cercare di mettersi in gioco, costi quello che costi, per recuperare un sentimento, per ridefinire una coppia, al di là di soldi, mobili e affitti, che sono solo sciocchezze a confronto. E soprattutto, da quanto scrivi, emerge il solito tuo obiettivo (poi parli di mie ossessioni?): difendere e discolpare tua madre, anche agli occhi di perfetti sconosciuti come gli utenti anonimi di un blog, che non sanno neppure come ci chiamiamo. A te non importa che il matrimonio fallisca, a te non importa se mi ami o io amo te, ti interessa solo poter dire al mondo (o a te stesso?) che la colpa di quello che è successo non è di tua madre. Come hai fatto per due anni, pretendere di legittimare e giustificare ogni mossa dei tuoi genitori, anche di fronte all'evidenza contraria: altro che applicare la santa giaculatoria che citi sopra. Magari domani negherai anche di essere stato tu a scrivere qua sopra, chissà, se questo servisse allo scopo che ti sta a cuore. Ormai siete una triade, e dove poteva essere il posto e il ruolo per me come moglie, di fronte a questa cellula indivisibile? Nei fatti, il messaggio che mi hai dato è questo “Ormai ti ho dato il contentino del matrimonio e della passerella in abito bianco, ora non hai più niente a pretendere, zitta e sopporta. Alle brutte, ho sempre la carta dell'annullamento o della separazione, perché qualsiasi cosa accada il primo posto ce l'hanno i miei genitori, e loro non possono essere eliminati dalla tua vita, tu sì. E sarà pure colpa tua”.

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  3. Inoltre, mi chiedo, ammettendo che tutto quello che dici sia vero, e semplicemente non ci siamo capiti, perché di mezzo c'era tua madre, mia sorella incinta (ci siamo quasi, tra l'altro) e altre persone di cui preoccuparti, perché non mi hai mai detto che “preparavi il futuro”? (Che fosse con la cucina o altro). Perché il tuo avvocato non mi ha mandato a dire che tu eri sulla graticola per il fatto di trovarti separato controvoglia, invece di stare a disquisire, durante gli incontri, di chi si prende il tavolo tot, e perfino l'attaccapanni? Vedi a volte come l'orgoglio e il guardare sempre in difesa degli interessi altrui ci fa perdere per strada? Questo te lo dico per coscienza, nella remota ipotesi che questi tuoi sfoghi qui non siano solo per difendere mamma, ma magari per riuscire a comunicare di nuovo con me, come preludio a un confronto diverso. Ma come faccio a crederci?

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  4. La mia storia richiederebbe non un libro ma un intera biblioteca. L'ho conosciuto che ero poco più di una bambinetta. Me ne sono innamorata come se fossi la protagonista di un film d'amore struggente. Ho “adottato” lui e tutta la sua famiglia, nel senso che ero disposta a soprassedere su battute pungenti, invadenze inopportune, critiche gratuite e mi sono lasciata “adottare” dai suoi genitori. Trascorrevamo da lui tutte le serata, andavamo anche al cinema tutti insieme, a mangiare la pizza, a trovare i parenti. Ero una ragazza contenta? Si, perchè lo facevo per lui che da sempre è stato molto legato ai genitori e alle sorelle. Sono trascorsi in questo modo mesi e poi anni … fino al matrimonio. Ogni week wnd a casa della mamma, ogni sera a casa della mamma, “facciamo assaggiare questa torta alla mamma”, “ti ha detto così ma che vuoi che sia!… Ovviamente non erano previste le cene dai miei genitori, nè una frequentazione con i miei fratelli, nè inviti a casa mia ddella mia famiglia. Finchè la situazione non è degenerata: in un episodio molto particolare sono diventata bersaglio addirittura di offese gravissime e lui non ha battuto ciglio. Siamo finiti dall'avvocato. E da li è iniziata una crisi matrimoniale di portata inimmaginabile! Ovviamente nessuno mi ha ancora rivolto le proprie scuse!

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  5. Ecco, appunto. Queste storie le raccontano nuore (e anche generi) di tutto il mondo, ma in Italia siamo in numero esponenziale. Possibile che siamo tutti/e invasati, ossessionati, vittime di amici che congiurano per farci vedere il male nelle nostre suocere? Io non credo. E possibile che questi “figli” non riescano a trovare un modo per tenere alla giusta distanza quei genitori assillanti o che non accettano di perdere il primo posto nella loro vita?

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  6. Non so con chi sto parlando. Mi è sembrato di capire che con la voce “anonimo” ci sia una coppia di marito e moglie (anche se confesso di non aver letto tutti i vostri messaggi). La mia storia è frutto di numerosi miei errori: avrei dovuto mettere i paletti da fidanzati e non assecondare tutti gli atteggiamenti dei suoi per “farlo felice”. Ingenuamente pensavo fosse un modo per manifestargli il mio amore. Avrei dovuto però imporre che ad un pranzo con i suoi ne corrispondesse uno con i miei (non per ricatto ma proprio per condividere rapporti equilibrati con ambo le parti), non avrei dovuto acconsentire ad estremizzazioni (tipo anche il cinema con i suoceri) e chiedere il suo intervento di fronte alle provocazioni delle sue sorelle da subito! Eravamo insieme da pochi mesi quando una di loro arrivò a criticare apertamente alcune mie amicizie: rimasi in silenzio senza ribattere! Si trattava di persone assolutamente impeccabili (con cui sono tuttora amica) ma anche laddove si fosse trattato di nullafacenti o truffatori o prostitute… che diritto avevano loro di criticare le mie frequentazioni? Non glieli portavo mica in casa! O quella volta in cui la madre osò criticare il mio gusto in fatto di abbigliamento: mi disse che non avevo classe e che pur acquistando abiti costosi, non ero in grado di valorizzarli con il mio portamento! Anche li restai in silenzio … e anche lui. Vi lascio immaginare dopo il matrimonio! pensavano che casa nostra fosse un'estensione della loro. Mai ricevuta una telefonata di cortesia per annunciare la visita. Mi hanno sorpreso in pigiama, o con la febbe o con ospiti in casa nel bel mezzo di una cena o addirittura nel bel mezzo di una riunione per l'acquisto di un elettrodomestico da cucina (durante la quale la madre disse alla rappresentante, una mia cara amica tra la'altro, che solo chi non era riuscita ad avere successo nella vita, poteva ridursi a vendere casa per casa elettrodomestici)! Tornando indietro la prenderei e la sbatterei fuori di casa con un calcio nel sedere. purtroppo la mia educazione è stata scambiata per atteggiamento remissivo e gli ha portati ad alzare il tiro (arrivando ad offendermi pesantemente) dopo che, testuali parole, avevo “costretto mio marito a sposarsi! Come se si trattasse di un bamboccione privo di neuroni e di materia grigia!

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  7. Cara Nuora Esaurita, a risponderti prima sono stata io, la “moglie”. Della tua storia mi ha fatto riflettere il fatto che tu riconosca un tuo errore, lo stesso che ho fatto io: essere troppo gentile e accomodante da subito. A volte certe cose le persone non le fanno con cattiveria, ma semplicemente perché sono “così”, che non è una giustificazione, anzi. Però vedendo in noi un atteggiamento che a loro pare remissivo, e passivo, che invece da parte nostra è magari solo un fatto di educazione o di voglia di compiacere il nostro compagno/marito, pian piano aumentano la confidenza, fino a livelli insopportabili. E magari si fanno anche l'idea che se siamo così “sottomesse” è perché siamo convinte di valere poco, di non essere state abbastanza amate, o che le nostre famiglie ci abbiano svendute al migliore offerente come mucche al mercato. Non li sfiora proprio l'idea che una nuora si sente sempre in soggezione a prescindere, naturalmente ci tiene a fare buona impressione, a rendere felice il proprio compagno intrattenendo buoni rapporti con la sua famiglia. Il guaio è che a volte, proprio perché li si è abituati troppo bene prima, al primo segnale di insofferenza diventiamo vittime della caccia alle streghe. Io ripeto, uno i genitori che ha non può cambiarli, ma almeno eviti a chi gli sta vicino di ritrovarseli davanti sempre e comunque. Già è difficile andare d'accordo in due (e io e mio marito ci riuscivamo, eravamo partiti benissimo!), figurati se la famiglia diventa a quattro. Ti dirò, anche dopo i primi dissapori, a me comunque faceva piacere vedere ogni tanto i miei suoceri, erano pur sempre i genitori di mio marito e riuscivo a chiacchierarci, a passarci qualche giornata in tranquillità e anche volentieri, io non sono una persona intollerante, suscettibile e polemica, ma sono umana pure io, e non è detto che debba sempre digerire e sopportare tutto. E mio suocero, a dire il vero, non era invadente, il problema veniva dalla madre, ma mi sembrava di gestirlo abbastanza bene, io non ci ho mai litigato, erano lei e mio marito che volevano sempre di più. Il rapporto sbilanciato infatti è il loro, e ora lo fanno pagare a me.

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  8. Gentile anonima,
    il tuo commento mi ha colpito molto, perchè in molti passaggi riflette la mia storia. Una sconosciuta che da voce ai propri pensieri fa un effetto insolito, anche se non consola sapere che altre persone condividono le proprie spiacevoli vicissitudini. Nella mia famiglia non eravamo diventati 4, ma molti di più visto che la madre gode dell'appoggio delle sue fidi figlie, acide come le sorellastre di Cenerentola. Loro non mi hanno mai trattato come una povera incapace perchè la mia realizzazione professionale non gli dava elementi per puntare il dito su questo: spesso invece, al contrario, mi sembrava di percepire invidia da parte loro di fronte a qualunque piccolo traguardo raggiungessi (sebbene con il sudore della fronte e senza alcun favoritismo).Io sono perfettamente consapevole che queste dinamiche e anche certi sentimenti sono assolutamente umani: anche a me capita di esserne vittima così come riconosco di essere piena di difetti e debolezze. La differenza tra il mio atteggiamento e quello della sua famiglia non verte sul criterio “chi è più bravo” “chi più educato” “chi più imperfetto” ma sulla “capacità di farci qualcosa con la propria imperfezione … non lasciandola a briglie sciolte pretendendo che il mondo capisca e perdoni”!! Non si può esprimere tutto ciò che ci passa per il cervello, perchè grazie alla Provvidenza si suppone che siamo tutti in grado di applicare dei filtri tra la testa e la bocca! E soprattutto, aggiungo, quando a me capita di sbagliare, ferire, urtare la sensibilità di qualcuno IO CHIEDO SCUSA E FACCIO PASSI INDIETRO PER RIMEDIARE AI MIEI ERRORI. Anche se l'ho fatto senza malevoli intenzioni, anche se non me ne sono resa conto, anche se non riconosco appieno la gravità nel mio comportamento, se l'altro me lo fa notare, IO SONO OBBLIGATA A RIMEDIARE! Soprattutto se si tratta di MIO FIGLIO: perchè per dirla tutta… va bene le provocazioni nei confronti delle nuore da parte di suocere e cognate (potrebbe risolversi tutto in una bolla di sapone) … ma quando il matrimonio sta per saltare… queste persone non si rendono conto che stanno mancando di rispetto e rovinando la vita innanzitutto ai loro FIGLI /FRATELLI:!!!

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  9. Ti capisco, non si fermano nemmeno quando un matrimonio sta per saltare. E perché dovrebbero? L'importante è che LORO abbiano ragione, l'importante è il loro egocentrismo, la loro presunzione, il loro orgoglio. E non si fermano davanti a un figlio o fratello, in primis perché se costui è asservito o gli fa il cavalier servente a vita, non impareranno mai che esistono dei limiti, e poi perché sono persone a cui non importa niente dell'infelicità altrui, di chiunque sia, purché loro rimangano sul piedistallo. Sei tu nuora che non sei una buona moglie, che non lo ami abbastanza: devi lasciare che lui ti lasci senza un tetto sulla testa, che la festa della mamma conti più di una domenica di spensieratezza con la moglie, che loro sputino su un lavoro che tuo padre gli ha regalato. Così, facendogli il lavaggio del cervello e costringendolo a scegliere tra te e loro, perché tanto sanno che ormai non c'è pericolo, è ben addestrato fin dalla nascita, gli fanno credere anche di avere la coscienza a posto. E loro abboccano, perché l'amore vero,quello che significa sacrificarsi e non voler sempre comandare, in queste famiglie non lo hanno mai conosciuto.

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  10. Hai centrati il punto: si tratta di stabilire chi vince e chi perde.E' tutto un gioco di triangolazioni: la madre e le sorelle “lo tiravano”dalla loro” puntando sui sensi colpa che gli hanno instillato sina dalla culla (le sorelle sono entrambe più grandi). Se il giorno della festa della mamma, visto che lo porti come esempio, non si andava dalla madre Regina ad inchinarsi ai suoi piedi, partivano le recriminazioni per i sei mesi successivi. Un giorno una delle due sorellastre mi “accusò” di non aver fatto gli auguri alla mamma in quell'occasione. rimasi senza parole! Giusto o sbagliato che sia fare gli auguri alla suocera, rivendico la libertà di scegliere come comportarmi visto che non ho 11 anni. Mio marito non li ha mai fatti ai miei genitori, con la buona pace di tutti. Nessuno dei miei fratelli si sarebbe mai sognato di criticarlo per questo come si fa con uno scolaro discolo. ma per quella famiglia, questa mancanza rientra nella mancanza di rispetto, le offese al limite della volgarità che mi hanno rivolto… ovviamente no.

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  11. Esatto! Ma poi si rendono conto di cosa parlano? La Festa della Mamma? Ma siamo di nuovo alle elementari? Sono motivi per rompere un matrimonio? Nemmeno la mia figlioccia di 5 anni arriverebbe a tanto…

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  12. Episodi come questo erano all'ordine del giorno a casa mia. Suocera criticava anche la quantità del basilico che mettevo nel sugo, la scelta del medico (perchè ovviamente il suo era più bravo), la scelta dei mobili, le mie amicizie… il problema era che mio marito non frenava le intromissioni. Ad es. se mi avesse detto lui di fare gli auguri per la festa della mamma a sua madre (neach'io ci riuscivo dopo aver perso la mia!) io per lui mi sarei sforzata come moglie di accontentarlo. Ma sentirmi rimproverare dalla madre ad ogni tiro di schioppo, per cose che a mio marito non interessavano, e di fronte alle quali lui restava zitto (senza dire “il sugo di mia moglie a me va bene cosi”)… non questo non lo sopportavo…

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  13. A me ferisce anche il fatto che io cercavo di stressarlo il meno possibile, la madre invece non perdeva occasione per disturbarlo. E lo faceva apposta, pur sapendo che lui è un tipo che tende a farsi in quattro per tutti: se ho bisogno ti chiamo, ma se lo faccio per mania di protagonismo e per stare sempre al centro della tua attenzione, sono solo una grande egoista, che si approfitta di te. Ma no, meglio sacrificare una moglie che negare i capriccetti a mammà. E allora tienitela, mammà!

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  14. La madre lo ha sempre trattato come il tuttofare di casa,: c'è da imbiancare “lo fai tu, così i soldi li dò a te”; c'è da aggiustare un problema elettrico “lo fai tu, così i soldi li do a te”; c'è qualcuno da scarrozzare in giro “ci porti tu vero? mica ci manderai da sole, noi donne indifese!. Premetto che trovo assolutamente giusto che un figlio aiuti i genitori man mano che diventano anziani e hanno sempre più bisogno di lui. Diverso è “sfruttare il figlio, senza nessun rispetto per la moglie e per i suoi impegni familiari, solo per avercelo in casa il week end a fare i lavoretti. se non è una questione di soldi chiama pure un operaio no? Perchè trattarlo da ragazzino di bottega a cui dare la paghetta? E' un uomo, ha un buon lavoro e sarebbe giusto che almeno il fine settimana si godesse la propria famiglia (cosa che ovviamente non esclude una visita o un pranzo o un caffe dai genitori! Ma non c' è niente da fare… sono famiglie strane in cui non c' è un sano legame d'appartenenza: hanno bisogno della fisicità, della presenza concreta del congiunto, in un atteggiamento primitivo ed egoistico, che non guarda in faccia i bisogni degli altri.

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  15. Guarda, stai raccontando la mia storia. Con la differenza che lui è figlio unico, quindi tutto pesa solo sulle sue spalle. Se poi si pretendono anche le visitine alle amiche, la scelta del fornetto da cucina….allora tra poco pretenderanno anche di essere portate alle giostre? Sono bambine viziate, non c'è niente da fare, ma se i figli sono sempre al loro servizio, non c'è nulla da fare. Ma almeno i figli/servi abbiano la dignità di non colpevolizzare gli altri.

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  16. Eh … già! Hai letto l'articolo sulla proiezione? Confesso di non aver afferrato tutto perchè faccio tutt'altro nella vita, ma mi ha aiutato a mettermi in discussione. Mi sono chiesta quanto del rapporto con mio padre ho portato nel mio matrimonio e quanto delle difficoltà irrisolte con le figure della mia vita ho portato nella rivalità con sua madre? Ho alcune risposte, per altre forse dovrei anch'io fare un percorso di psicoterapia, altre risposte non arriveranno mai. Vorrei che anche lui, come me, provasse almeno a cercare le sue. Invece mi sono sentita più volte bersaglio di accuse in cui non mi riconoscevo e di ricatti che invece sono tipici di sua madre!

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  17. A chi lo dici! Hai toccato un punto importante. La proiezione psicologica è un fenomeno molto comune:io notavo che mio marito si sfogava con me ma in realtà era rabbia contro la madre. Faccio psicoterapia, e la mia dottoressa mi ha aiutato a capire quali fossero, a mia volta, i problemi irrisolti con la mia famiglia che potevano ostacolare non solo il mio matrimonio, ma anche in generale il mio percorso di vita. E in effetti mi sono resa conto di tante cose, e tirandole fuori avevo migliorato anche il mio approccio con mio marito, mi era più facile affrontare i problemi. Anche io avevo le mie difficoltà e le mie “proiezioni”. Però io mi metto in discussione, cerco il compromesso, provo a trovare altre strade. Mia suocera no. Per cui a me bastava allentare i rapporti con lei, l'importante era che mio marito fosse sufficientemente autonomo a sua volta e riconoscesse questo mio disagio senza forzarmi a fare come se il problema non ci fosse. C'era. E lui lo sa. Dovevamo solo trovare una linea d'azione che tenesse conto dei desideri di tutti e due. Non doveva vincere né lui, né io, né la suocera. In medio stat virtus. Ma lui purtroppo doveva gestire le lamentele della madre, la maggior parte delle volte non era nemmeno lui a pretendere certe cose da me, semplicemente faceva da portavoce delle esigenze di mia suocera. Lui è abituato a lei, quello che per loro è normale per me non lo è, fino a un certo punto mi posso adattare, poi no. Se questo percorso terapeutico avesse fatto anche lui, credo che in breve tempo avremmo risolto anche la questione “suocera”. Perché magari lui avrebbe capito cosa lo spingeva a essere sempre così disponibile verso di lei, perché era fondamentale accontentarla anche a discapito della nostra serenità, e rendersi conto di quando era giusto farlo e quando invece no. Il lavoro su sé stessi è una scelta di vita. Lo psicologo non è un giudice che deve stabilire chi è colpevole, o un avvocato che deve portare avanti le tue tesi. Ti aiuta, se lo vuoi, a capire te stesso, a prendere le tue decisioni eliminando o correggendo o ridefinendo le zavorre, i conflitti più o meno inconsci, il tuo rapporto con le tue paure. In una coppia, quello che conta è voler stare insieme. Se lo si vuole, tutto si risolve. Non esiste il “troppo tardi” se ci si ama. Semmai, ci possono essere i periodi di crisi, anche forti, in cui una momentanea separazione non deve essere preludio a un divorzio o significare mancanza di amore; ma costituire un momento in cui, lontano dai litigi sterili e ripetuti sugli stessi argomenti, in cui ognuno si irrigidisce sulla propria posizione, magari si riflette a mente fredda e si trova una soluzione. L'importante è volerlo.

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  18. Cara anonima, seguo gli interventi tuoi e di tuo marito da giorni. Ho evitato di intervenite per delicatezza, anche se lo avete fatto nel totale anonimato, avete riscaldato così tanto i'atmosfera che avevo l'impressione di spiare dal buco della serratura. Questa volta cedo, perchè il tuo ultimo commento mi ha lasciato a bocca aperta. se avessi voluto dare voce ai miei pensieri, non avresti potuto fare di meglio. E' triste leggere di tante storie una uguale all'altra, è fondamentale potersi confrontare. L'articolo sulla proiezione della dottoressa (mi dispiace che non scriva il suo nome visto che altri, con prodotti meno affascinanti e stimolanti, si auto-promuovono nel web come se fossero i nuovi Freud del secolo in corso) l'ho letto diverse volte perchè mi incoraggia con parole semplici ad approfondire quell'Ombra che possediamo tutti. Quel “dark side of the moon,” per dirla con le parole di chi la sapeva lunga,che è parte integrante dell'essere umano. Anch'io ho cercato di passarla ai raggi X grazie all'aiuto della psicoterapia ed anche nel mio caso, l'esperienza è frutto del rifiuto di mio marito di andarci insieme e portare anche la sua, con coraggio e virilità. Ho fatto un percorso breve che mi ha permesso anche di consapevolizzare “le mie proiezioni” sul mondo, il perchè fossi intollerante di fronte a certi atteggiamenti comuni, dove affondavano le radici delle mie principali difficoltà, la natura del rapporto con le figure maschili della mia vita e non ultimo anche alcuni tratti di “dipendenza affettiva” che mi avevano impedito, di fronte ai primi segnali, di fuggire lontano. Sottoscrivo ciò che hai detto, perchè mettersi in discussione è la base per migliorarsi e per evitare di incasinare le vite degli altri.

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  19. Cara Morettina, è proprio così, finché non accettiamo l'esistenza della nostra Ombra, vedremo sempre le ombre degli altri, rivestendole di significati che magari non sono quelli veri. E tutto si complica. Non so perché tanti mariti siano così riluttanti a seguire un percorso terapeutico, magari di coppia, ma ho notato che anche alcuni sacerdoti più illuminati, per chi è credente, consigliano questa strada, almeno questa è stata la mia esperienza. Forse questi compagni e mariti hanno paura che un terapista possa fare emergere realtà, vissuti personali e problemi che loro non vogliono portare alla luce. O hanno paura che l'esito della terapia sia essere abbandonati dall'altro perché lo psicologo “gli ha fatto il lavaggio del cervello”. E ignorano quanto sia più potente l'influenza esercitata dalle famiglie, davanti alle quali gli sembra più facile ribellarsi, perché fai la sceneggiata, urli, sbatti la porta, ma che poi ti vincolano molto di più, per sensi di colpa, abitudini, manipolazioni più o meno consapevoli che uno psicologo, in quanto estraneo, non può invece usare contro di loro, e nemmeno lo vorrebbe, perché non ha un altro movente, non deve tutelare lo status quo, non è direttamente coinvolto se non a livello professionale. Però, certo, tutto parte da noi: se noi non sentiamo di volere o dovere cambiare qualcosa di noi stessi, non ci sono né sacerdoti, né amici, né psicologi che tengano.

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  20. Sta tutto nella disponibilità a mettersi in gioco, è vero. Non so se è una questione di genere il fatto che gli uomini generalmente siano meno pronti a farlo. Di fatto, a pensarci neppure le loro madri sono disposte a farlo, nonostante siano donne. Forse dipende solo dal carattere. Mia suocera è sempre stata rigida e ostile con tutti. non ama che qualcuno metta in discussione le sue affermazioni come se fosse Dio interra. Chi la pensa diversamente da lei, “non capisce niente” e per questo attacca briga con tutti. Che gli andasse mai bene qualcuno: “quella è troppo tirchia, quella troppo volgare, quella troppo sciatta, quella troppo fissata, quella troppo sempliciotta!” Il suo difetto invece è quello di non averne nessuno.

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  21. Invece, cara nuoraesaurita io penso che sia questione di genere e culturale. All'estero le madri mandano fuori di casa i figli alla viglia dei 18 anni. In Italia i figli maschi ritornano in famiglia dopo separazioni e divorzi a 40 anni! Anzichè prendere un monolocale e passare le serate a riflettere sugli errori per i quli sono stati lasciati!

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  22. Concordo, qua è anche un fatto culturale. Io non dubito che anche all'estero ci siano persone che, dopo una separazione, tornino temporaneamente a vivere con i genitori, ma si tratta di un periodo, per avere il tempo necessario di riorganizzarsi, di sistemare tante cose, magari di cercare una nuova casa. Invece qui da noi 9 volte su 10 la famiglia è il guscio dove ritornare a vita, e da dove in fondo non si è mai davvero usciti.

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  23. Era tenero, dolce e comprensivo: me ne sono innamorata follemente dopo pochissimo tempo. Dopo sei mesi di relazione mi ha presentato ai suoi e lì sono iniziati i problemi. Le serate a casa sua sul divano con i suoi; le passeggiate il sabato pomeriggio con sua madre al sedile del passeggero e io dietro; il Natale con i suoi; il Santo Stefano con i suoi; i “non dovremmo frequentare quella comitiva, a mia madre nonpiace”, “compra quest'abito perchè è del colore preferito di mia madre”, “mia madre non vede l'ora di avere un nipotino da crescere”! Sono scappata a gambe levate e lui non ha provato neppure a chiedere spiegazioni. Evidentemente la mamma non gli ha dato il pemesso!!

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  24. Sono sposati con le madri. Me lo ha detto anche un sacerdote, il quale- ci tengo a chiarirlo- non conosce personalmente mio marito, né di certo parla per interessi o rancori suoi. Sono uomini “non liberi”. E hanno imprigionato anche noi. Il bello è che la prigione non l’hanno neanche costruita loro, perché paradossalmente potrebbe anche starmi bene, nel senso che io, da moglie, ti ho scelto e voglio vivere con te, non scappare da te o liberarmi di te. Ma la prigione creata da “mammina tua”, no, quella non l’accetto. Io ho avuto diverse relazioni, ho quasi 36 anni, non ho sposato il fidanzato del liceo e ho conosciuto diversi tipi di persone, Ma ho SEMPRE SEMPRE SEMPRE evitato i ragazzi e gli uomini già fidanzati o sposati, non perché io sia una santa, ma perché non ho mai voluto costruire la mia felicità sull’infelicità altrui, e perché volevo un uomo libero, non da dividere con un’altra donna o da sottrarre a lei. E per punizione, ho trovato il marito “già impegnato con un’altra”. Sì, sua madre.

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    • Io pure sono nella stessa situazione. Lui li crede sempre alla madre che fa bene la vittima.Se io li racconto che sua madre mi a offesa lui dice non lo fa apposta. Io non so come e possibile che non vede come e sua madre. Io e la mia familia siamo stati insurtati perchè di un altro paese. Nel 2015 non e possibile avere questi pensieri del medioevo. Il mio ragazzo non lo vuole capire e io o paura che questo ci faccia lontanare. Grazie per lo sfogo.

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  29. Questo è uno dei tanti “giochi” in cui sono inciampata. Uomini che sposano le madri e cercano nella compagna un divertente diversivo con cui trascorrere il tempo fuori di casa. Disimpegnati e complessati: alla ricerca dell’approvazione materna e incapaci di scelte autonome; frutto di relazioni morbose con madri possessive e invadenti, pronte a distruggere sul nascere ogni rapporto con “rivali” che gli vorrebbero portar via da casa il figlio… anche se ha quarantanni un buon lavoro e qualche capello bianco! Ho letto alcuni degli altri numerosi commenti e vedo che sono in buona compagnia!

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